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La Parola della Domenica

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di , 22 Aprile 2012

3ª di Pasqua
Prima Lettura (At 3,13-15.17-19) Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato
Salmo Responsoriale (Sal 4) Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Seconda Lettura (1Gv 2,1-5) Gesù Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo.
Vangelo (Lc 24,35-48) Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.

Il nucleo del messaggio di questa terza domenica pasquale lo troviamo nel vangelo. “Le profezie dovevano avverarsi”. Cioè, tutto quello che era stato scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, circa il Messia, le sue sofferenze e la sua morte, doveva trovare pieno compimento in Cristo (Vangelo). Nella prima lettura, Pietro mostra la continuità tra il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe e il Dio che ha glorificato Gesù. Nessuna interruzione tra le promesse fatte da Dio e la realtà attuale; al contrario: un compimento esatto e perfetto del piano di Dio, del suo patto d’amore con gli uomini portato fino all’amore estremo (prima lettura). Grazie alla morte di Gesù e alla sua resurrezione abbiamo il perdono dei peccati. Egli è “vittima di espiazione per i nostri peccati” ci dice san Giovanni (seconda lettura). Lì dove si annuncia il mistero di Cristo, il mistero della sua morte e della sua resurrezione, si deve annunciare il perdono dei peccati e la necessità della conversione. In questa domenica leggiamo il testo del secondo discorso di Pietro, nel quale l’apostolo annuncia la resurrezione del Signore. La resurrezione di Gesù ci dice che Dio è fedele alle sue promesse. La resurrezione è il culmen verso il quale tendeva dall’inizio la storia della salvezza, si tratta del compimento pieno della rivelazione divina di Dio e del suo amore, e la liberazione definitiva prefigurata nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Nel vangelo, san Luca dice che Cristo risorto “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. “Aprire la mente” significa comprendere che tutta la storia d’Israele trova il suo significato quando culmina nella passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Abramo e Mosè, David e i profeti, la speranza e l’esilio, a ogni cosa è assegnato il giusto posto e tutto si inquadra, alla luce del mistero pasquale di Cristo. Dio ha realizzato tutto il suo piano di salvezza e l’ha compiuto in un modo misterioso che va oltre tutti i nostri calcoli umani. Dio che aveva fatto l’uomo per amore, vuole restituire all’uomo la vita che questi aveva perso col peccato. Dio. Per realizzare quest’opera di redenzione, di restaurazione, sceglie una strada lunga e penosa: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua vita, la sua passione, morte e resurrezione. Perciò, che la fedeltà di Dio alle sue promesse e il suo amore per l’uomo sia ciò che ci dà sicurezza durante il tragitto. Il Signore non ci ha abbandonati.

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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2012

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di , 10 Marzo 2012

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda  nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24) 

(continua)…  L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene,  sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale.  La cultura contemporanea  sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire  con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene  » (Sal 119,68).  Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la  fraternità e la comunione.  La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che  anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità.  La Sacra Scrittura mette  in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui.  L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel  cuore dell’uomo.  In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato  e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione  del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19).  In entrambi i casi abbiamo a che fare con il  contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.  Che cosa impedisce questo sguardo umano e  amorevole verso il fratello?  Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le  proprie preoccupazioni.  Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere  talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero.  Invece proprio l’umiltà di cuore  e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto  riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7).  Si comprende così la beatitudine di «coloro che  sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. 

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Messaggio del Santo Padre per la XX giornata mondiale del malato

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di , 11 Febbraio 2012

«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! » (Lc 17,19)
Cari fratelli e sorelle! In occasione della Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo il prossimo 11 febbraio 2012, memoria della Beata Vergine di Lourdes, desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza a tutti i malati che si trovano nei luoghi di cura o sono accuditi nelle famiglie, esprimendo a ciascuno la sollecitudine e l’affetto di tutta la Chiesa. Nell’accoglienza generosa e amorevole di ogni vita umana, soprattutto di quella debole e malata, il cristiano esprime un aspetto importante della propria testimonianza evangelica, sull’esempio di Cristo, che si è chinato sulle sofferenze materiali e spirituali dell’uomo per guarirle. 1. In quest’anno, che costituisce la preparazione più prossima alla Solenne Giornata Mondiale del Malato che si celebrerà in Germania l’11 febbraio 2013 e che si soffermerà sull’emblematica figura evangelica del samaritano (cfr Lc 10,29-37), vorrei porre l’accento sui «Sacramenti di guarigione», cioè sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, e su quello dell’Unzione degli Infermi, che hanno il loro naturale compimento nella Comunione Eucaristica.
L’incontro di Gesù con i dieci lebbrosi, narrato nel Vangelo di san Luca (cfr Lc 17,11-19), in particolare le parole che il Signore rivolge ad uno di questi: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! » (v. 19), aiutano a prendere coscienza dell’importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell’incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore (cfr Mc 2,1-12).

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Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

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di , 21 Gennaio 2012

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio 2012
“Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore” (1 Cor 15, 51-58)

La preghiera è una realtà potente nella vita di un cristiano. La preghiera è trasformante. Quando i cristiani comprendono il valore e l’efficacia della preghiera in comune per l’unità di quanti credono in Cristo, essi cominciano ad essere trasformati in ciò per cui stanno pregando. Ogni cristiano battezzato nella morte e resurrezione di Cristo comincia un cammino di trasformazione. Morendo al peccato e alle forze del male, i battezzati cominciano a vivere una vita di grazia. Questa vita di grazia permette loro di sperimentare concretamente la potenza della resurrezione di Gesù, e l’apostolo Paolo li esorta: “[… l siate saldi, incrollabili. Impegnatevi sempre più nell’opera del Signore, sapendo che, grazie al Signore, il vostro lavoro non va perduto” (l Cor 15,58). Qual è, dunque, l’opera del Signore? Non è forse l’edificazione del Regno di giustizia e di pace? Non è forse la vittoria sulle forze del peccato e sulle tenebre per la potenza dell’amore e della luce della verità? Nella vittoria Gesù Cristo nostro Signore, a tutti i cristiani viene data la capacità di indossare le armi della verità e dell’amore e di superare tutti gli ostacoli che impediscono la testimonianza del Regno di Dio. Nonostante ciò, un ostacolo permane, e può impedirci di portare a termine il nostro compito. È l’ostacolo della divisione e della mancanza di unità fra i cristiani. Come può il messaggio del vangelo risuonare autentico se non proclamiamo e non celebriamo insieme la Parola che dà la vita? Come può il vangelo convincere il mondo della propria intrinseca verità, se noi, che siamo gli annunciatori di questo vangelo, non viviamo la koinonia nel corpo di Cristo? La preghiera per l’unità, dunque, non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore.

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La Parola della Domenica

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di , 12 Novembre 2011

33ª del Tempo Ordinario
(Pr 31,10-13.19-20.30-31) La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani.
(Sal 127) Beato chi teme il Signore.
(1Ts 5,1-6) Non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.
(Mt 25, 14-30) Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Lavorare per dare frutto nel Regno di Dio: in questa frase si condensa la liturgia di questa domenica. Far fruttificare i talenti ricevuti, qualunque ne sia la quantità, per realizzare l’incarico del quale ci si chiederà conto poi (vangelo). Lavorare per fare il bene nel timore di Dio, come la donna buona e attiva del libro dei Proverbi (prima lettura). Lavorare, non dormire, poiché siamo figli del giorno e della luce, (tempo in cui si può lavorare), e non della notte ne delle tenebre (seconda lettura). Il lavoro non è un castigo divino, né un’attività imperiosa di sopravvivenza, ma un dono di Dio perche l’uomo si realizzi nella sua piena umanità. Il lavoro non è nemmeno opzionale, ma un dovere e un diritto, una legge inscritta da Dio nel nostro certificato di uomini e di battezzati. Il cristiano lavora, a immagine di Dio e a immagine di Gesù Cristo, che sempre lavorano (Gv 5,17). Di Gesù ci dirà il Concilio Vaticano II: “Lavorò con mani d’uomo”.

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La Parola della Domenica

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di , 2 Aprile 2011

4ª di Quaresima
Prima Lettura (1Sam 16,1.4.6-7.10-13) Davide è consacrato con l’unzione re d’Israele.
Salmo Responsoriale (Sal 22) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Seconda Lettura (Ef 5,8-14) Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.
Vangelo (Gv 9,1-41 (forma breve: Gv 9,1.6-9.13-17) Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Paolo evidenzia il contrasto che si verifica tra chi è accecato dalla gloria  del mondo: ricchezza, potere, forza, ecc.  e la bellezza del vivere alla luce  della bontà e della giustizia.  Il battezzato, il cristiano che è “nella luce del  Signore”, sa che i valori dati per perdenti dalla mentalità-cultura di questo  secolo, sono invece gli unici che consentono una convivenza pacifica e  serena, permeata d’amore gratuito tra tutti gli uomini.  Il coraggio di farsi  modelli di tali comportamenti apre gli occhi ai ciechi, a chi non vuol vedere  in questo tempo è fondamentale.  Il brano evangelico fa apparire casuale  l’incontro tra Gesù e il cieco”…  passando…  vide…  un uomo cieco dalla nascita”.  Gesù è l’Uomo che cammina per le vie del mondo non solo della  Palestina, e vede gli altri uomini, non è indifferente.  L’uomo invece non lo  vede, non o sa vedere, non lo vuole vedere.  L’uomo vede solamente la sofferenza che è nel mondo, la mancanza di  bene e di beni, non sa vedere ciò che gli è donato, i beni e le bellezze per cui è “vivente”.  Il male è “mancanza di bene”,  non è positività “un esserci”, ma “un non esserci”.  Gesù vede le povertà, miserie, privazioni, la mancanza di vista  nel caso odierno.  L’incarnazione è scelta dal Figlio quale attuazione dell’amore di Dio Padre che vuol far capire all’uomo  la sua vicinanza, la sua prossimità, la sua volontà di liberarlo dalle mancanze fisiche e spirituali.  Il peccato è la prima  mancanza da cui Gesù vuol liberare l’uomo, è l’incarnazione. 

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I venerdì di Quaresima

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di , 12 Marzo 2011

In comunione con l’iniziativa diocesana proponiamo delle serate di preghiera e digiuno, il corrispondente delle cena lo doniamo per l’iniziativa un Pane per Amor di Dio.   Schema degli incontri, che si terranno il Venerdì  dalle ore  19.15  alle  21.00:

  • Ascolto della parola del papa
  • Condivsione fraterna
  • Preghiera silenziosa e di adorazione
  • Possibilita’ della confessione
  • Preghiera di compieta

(… ) le tentazioni non furono un  incidente di percorso, ma la  conseguenza della scelta di Gesù di  seguire la missione affidatagli dal  Padre, di vivere fino in fondo la sua  realtà di Figlio amato, che confida  totalmente in Lui.  Cristo è venuto nel  mondo per liberarci dal peccato e dal  fascino ambiguo di progettare la nostra  vita a prescindere da Dio. 

Benedetto XVI, Angelus del 21 febbraio 2010

Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2011

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di , 5 Marzo 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)

2.  Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci  a celebrare la Risurrezione del Signore – la festa più gioiosa  e solenne di tutto l’Anno liturgico – che cosa può esserci di più adatto  che lasciarci condurre dalla Parola di Dio?  Per questo la Chiesa, nei  testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro  particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le  tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella  prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato,  in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel  dono più pieno a Lui.  La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra  condizione dell’uomo su questa terra.  Il combattimento vittorioso  contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a  prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la  Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via,  verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n.25).  E’ un  deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi,  sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori  di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è  all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole  avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il  nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.  Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri  occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la  divinizzazione dell’uomo.  La comunità cristiana prende coscienza di  essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in  disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in  Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il  Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento.  Ascoltatelo”  (v.5).  E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano  per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni  giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito,  dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di  seguire il Signore.  La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che  viene proposta nella liturgia della terza  domenica, esprime la passione di Dio  per ogni uomo e vuole suscitare nel  nostro cuore il desiderio del dono dell’  “acqua che zampilla per la vita eterna”  (v.14): è il dono dello Spirito Santo,  che fa dei cristiani “veri adoratori” in  grado di pregare il Padre “in spirito e  verità” (v.23).  Solo quest’acqua può  estinguere la nostra sete di bene, di  verità e di bellezza!  Solo quest’acqua,  donataci dal Figlio, irriga i deserti  dell’anima inquieta e insoddisfatta,  “finché non riposa in Dio”, secondo le  celebri parole di sant’Agostino.  La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo.  Il  Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?  “.  “Credo, Signore!  ” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi  voce di ogni credente.  Il miracolo della guarigione è il segno che  Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore,  perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere  in Lui l’unico nostro Salvatore.  Egli illumina tutte le oscurità  della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”. 

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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2011

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di , 26 Febbraio 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)
Presentiamo da questa settimana il testo del messaggio del Papa Benedetto per la prossima quaresima, perché meditando le parole del Santo Padre iniziamo a preparare questo tempo importante del nostro cammino.

Cari fratelli e sorelle, 

la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso  e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno.  Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua  nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con  maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).  1.  Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della  morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella  Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010).  San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare  comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro.  Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo  si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie  forze.  La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti  di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.  L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione  alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua  risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla  risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11).  Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che  informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e  sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.  Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che  salva.  I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente  gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost.  Sacrosanctum Concilium, 109).  Da sempre,  infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel  grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo  stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11).  Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato  in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa  antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi  vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.  (Continua)

La Parola della Domenica

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di , 22 Gennaio 2011

3ª del Tempo Ordinario
Is 8, 23.b – 9,3   Nella Galilea delle genti, il popolo vide una grande luce.
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza.
1 Cor 1, 10 — 13.17   Siate tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi
Mt 4, 12 — 23   Venne a Cafarnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia.

Giovanni è in prigione, scrive Matteo.  Non solo un punto di riferimento cronologico nella vita di Gesù, ma  una profezia, un anticipo della sorte che toccherà – come a tutti profeti – anche al Rabbì di Nazareth.  Affiancato a questo evento, Matteo aggiorna il lettore sulla nuova residenza di Gesù: da Nazareth a Cafarnao.  Questo spostamento non è per nulla casuale.  La regione di Zabulon e Neftali è un territorio di frontiera,  luogo di mescolanze etniche, culturali, religiose, guardato con diffidenza dai puritani di Gerusalemme.  Gesù  inizia da qui.  La Sua è una scelta precisa, un trasloco che conferma che questo messia che si è infilato tra i  peccatori al fiume Giordano, ha uno stile, un progetto, un cammino che è destinato a creare non pochi problemi.  Forse qualcuno si aspettava che il Messia atteso prendesse in affitto un comodo bilocale con balconata  sulla piazza centrale di Gerusalemme…  Delusione.  Grande delusione.  Fin dall’inizio Gesù chiarisce che Lui è diverso, irriducibile agli schemi in uso,  rivoluzionario – e per certi versi deludente – rispetto a molte delle attese del tempo.  Da questa terra squalificata,  da questa collocazione strategica della sua missione, Gesù da il via alla primitiva predicazione: l’esigenza  della conversione e l’annuncio del Regno.  La chiamata dei primi quattro discepoli esemplificano e  concretizzano queste prime parole del Rabbì.  Sono molti gli elementi che caratterizzano questa prima chiamata  dei discepoli riportata da Matteo.  Rileggendola con calma, mi affascina la centralità di Gesù.  E’ Lui  che cammina, vede, chiama.  E’ Lui al centro dell’invito fatto ai quattro pescatori di Cafarnao: “Seguitemi”.  La proposta del Rabbì non riguarda una dottrina religiosa, un insegnamento, un progetto.  Al centro di tutto  sta la relazione con Lui, sta la novità di un incontro che stravolge la vita di quegl’uomini.  Mi fa riflettere che i  primi quattro discepoli siano due coppie di fratelli.  Curioso?  Non vi pare?  Chissà quanti pescatori c’erano  quel giorno sulle rive del mare di Galilea, e Gesù va a scegliersi proprio due coppie di fratelli!  E’ così: il Vangelo  è un invito alla fraternità, perché questa è la sola condizione con cui è possibile mettersi seriamente  alla Sua sequela.  Tutto l’avventura del cammino dei discepoli, mostrerà che il superamento delle piccole  logiche personali, l’abbattimento dei propri egoismi, lo smascheramento della propria falsa autosufficienza e  l’apertura alla nuova logica della fraternità del Regno, siano condizioni essenziali della vita evangelica e  dell’esistenza del discepolo.  Allora coraggio, cari amici!  Rimettiamoci in cammino, lasciamo che l’invito del  Rabbì risuoni forte tra le reti della nostra quotidianità e ci risollevi dalle nostre incertezze e dalle tiepidezze  della fede.  Buon cammino.
[omelia di don Roberto Seregni]

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