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La Parola della Domenica

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di , 14 Aprile 2012

2ª di Pasqua – Della divina Misericordia
Prima Lettura (At 4,32-35) Un cuore solo e un’anima sola. 
Salmo Responsoriale (Sal 117) Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per  sempre. 
Seconda Lettura (1Gv 5,1-6) Chiunque è stato generato da Dio  vince il mondo. 
Vangelo (Gv 20,19-31) Otto giorni dopo venne Gesù.  È il giorno dopo il sabato. 

Gesù è appena risorto ed è apparso a Maria di Magdala che è corsa subito  a dare la lieta notizia agli Apostoli.  Eppure essi sono ancora increduli, la risurrezione non ha  ancora sbloccato le loro paure.  Le porte di casa sono sprangate, forse anche quelle del cuore.  In  ognuno di essi si mescolano, sovrapponendosi, i sentimenti più contrastanti e complessi: ansia,  eccitazione, tensione e paura.  È sempre lungo e complesso il percorso per raggiungere un’intelligenza  pasquale della fede, l’unica che abbia veramente un senso, l’unica capace di dare un senso  al nostro esistere: eppure, quante volte abbiamo dolorosamente sperimentato su noi stessi questo limite, un’oscurità percepita come soglia  invalicabile, chiusi in una strada senza sbocco.  In questi momenti, il nostro desiderio di farci annunciatori di una novità di vita si esaurisce  in un balbettio inconcludente e i nostri buoni propositi vengono frenati, come per la primitiva comunità di Gerusalemme, dalla scelta meno  rischiosa di una sorta di protezionismo spirituale e ci riduciamo così a vivere di ricordi e di nostalgia anziché affrettarci verso il rinnovamento.  Poi arriva inaspettato, e neppure bussa alla porta sprangata.  Non dice neppure “Guardatemi in volto, sono io?  “.  Non si fa riconoscere dal  suo viso, ma dalle sue ferite.  Per conoscere davvero un uomo o una donna occorre guardare le loro ferite, le loro fatiche attraverso le quali  passa l’amore di Dio.  “La pace sia con voi!  Come il padre ha mandato me, così io mando voi”.  L’atteggiamento fatalistico, la tensione  “religiosa” vissuta spesso come alibi per coprire un’impotenza è il problema del nostro essere cristiani oggi.  Ancora una volta il Cristo ci  allinea, se abbiamo la ventura di incontrarlo, su posizioni scomode.  Ci impegna a storicizzare il passaggio dalla morte alla vita (la Pasqua)  riconvertendo questo evento in modello dinamico di autocomprensione della comunità cristiana nel suo rapporto con il mondo. 

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La Parola della Domenica

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di , 12 Marzo 2011

1ª Di Quaresima
Prima lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)   La creazione dei progenitori e il loro peccato.
Salmo responsoriale (Sal 50)    Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Seconda lettura (Rm 5,12-19)   Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.
Vangelo (Mt 4,1-11)   Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.

Iniziamo in questa domenica il tempo di Quaresima, un tempo forte per i cristiani, il tempo del deserto, della  nostra riflessione intima sul rapporto che intratteniamo con Dio e con i fratelli, il tempo della riconciliazione e del  perdono.  Il tempo, anche, del digiuno, della fatica, della tentazione.  Il deserto non è solo un luogo fisico, ma anche  antropologico e teologico.  È il tempo del silenzio, tutti ne abbiamo bisogno, e tutti dobbiamo lasciarci interpellare  da esso; non è casuale che la Quaresima, questo tempo di interiorizzazione riflessiva e di rinnovamento  spirituale, inizi proprio con il racconto (Matteo 4,1-11) del deserto in cui Gesù ha volontariamente scelto di sostare  (per 40 giorni e per 40 notti, dice l’Evangelo, ma la cifra è ovviamente simbolica) e di accettarne le terribili  tentazioni.  Chi per varie ragioni abbia soggiornato nel deserto, sa quali pericoli in esso si corrano, quali miraggi  si intravedono, quale fatica si debba sopportare, contro quali tentazioni si debba combattere.  Ma il deserto è un  luogo di passaggio, in esso si deve camminare veloci: fermarsi, rilassarsi, sedersi può addirittura essere la causa della fine di chi in esso si  avventura.  Nel deserto, Gesù ha subito tre tentazioni.  Anche Gesù, non sembri strano, è stato tentato, e non si tratta di tentazioni virtuali,  come spesso ci viene fatto credere da chi ha talmente idealizzato il Maestro da ritenerlo immune dalle passioni umane, anche le più indicibili.  Per costoro non avrebbe fatto fatica, Gesù, lui è il Figlio di Dio, era già scritto che avrebbe resistito alle tentazioni.  Ma non è così.  Gesù, uomo  come ognuno di noi, figlio di Maria e di Giuseppe, poteva vincere o poteva perdere, poteva fermarsi e rincorrere improbabili miraggi, o andare  avanti.  Gesù è andato avanti.  È andato avanti nonostante la cultura ebraica in cui era stato educato ed in cui era immerso: la cultura di  un Dio che stava dalla parte dei giusti e non dei peccatori; la cultura di un popolo che attendeva l’Unto del Signore, faceva il tifo per lui, e  stava con lui; un popolo che, più che pensare a un Dio con sé, voleva un Dio per sé. 

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Giornata mondiale della Pace, 1° Gennaio 2011

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di , 18 Dicembre 2010

Libertà religiosa, via per la pace, le Parole di Papa Benedetto XVI

In alcune regioni del mondo non è possibile professare ed esprimere  liberamente la propria fede religiosa, se non a rischio della vita e  della libertà personale.  In altre regioni vi sono forme più silenziose e  sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli  religiosi.  I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il  maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede».  Così  esordisce Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale per  la pace (1° gennaio 2011), che quest’anno ha per tema “Libertà religiosa,  via per la pace”.  Un richiamo che si pone dopo un anno, sottolinea  il Papa, «segnato dalla persecuzione, dalla discriminazione, da  terribili atti di violenza e d’intolleranza religiosa»: tra gli altri nel  messaggio menziona gli attacchi a Baghdad (Iraq) contro la cattedrale  siro-cattolica e contro i cristiani nelle loro case, gli atti di violenza e  intolleranza “in Asia, in Africa, nel Medio Oriente e specialmente in  Terra Santa”. 
Negare o limitare in maniera arbitraria la libertà religiosa e oscurare  il ruolo pubblico della religione, secondo Benedetto XVI, vuol dire  coltivare una visione parziale della persona umana, rendere impossibile  l’affermazione di una pace autentica e duratura, poiché «l’essere  umano non è “qualcosa”, ma è “qualcuno”, possiede una naturale  vocazione a realizzarsi nella relazione con l’altro e con Dio», e «la  dignità trascendente della persona è un valore essenziale della sapienza  giudaico-cristiana, ma anche condiviso da grandi civiltà e religioni  del mondo, perché, grazie alla ragione, è accessibile a tutti».  «L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica  convivenza – dice il Papa – è in realtà l’origine della divisione e  della negazione della dignità degli esseri umani».  Benedetto XVI cita  il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2008: è  inconcepibile che i credenti «debbano sopprimere una parte di se  stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai  essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti».  Il messaggio del Papa tocca anche le difficoltà che la libertà religiosa  incontra oggi in Iraq, in Medio Oriente, in numerosi Paesi d’Africa e  dell’Asia; Benedetto XVI sottolinea i pericoli della strumentalizzazione  della libertà religiosa «per mascherare interessi occulti, come ad esempio  il sovvertimento dell’ordine costituito, l’accaparramento di  risorse o il mantenimento del potere da parte di un gruppo».  Tutto  ciò, aggiunge, «può provocare danni ingentissimi alle società» ed è  contrario alla natura della religione.  «La professione di una religione  – prosegue – non può venire impiegata per fini che le sono estranei  e nemmeno può  essere imposta con  la forza».  «La stessa  determinazione  con la quale sono  condannate tutte  le forme di fanatismo  e di fondamentalismo  religioso  deve animare  anche l’opposizione a tutte le forme di ostilità contro la religione,  che limitano il ruolo dei credenti nella vita civile e politica».  E  «l’ordinamento giuridico a tutti i livelli, nazionale, regionale e internazionale,  quando consente o tollera il fanatismo religioso o antireligioso,  viene meno alla sua stessa missione, che consiste nel tutelare  e nel promuovere la giustizia e il diritto di ciascuno».  Un richiamo particolare arriva dal Papa ai credenti, «chiamati non  solo con un responsabile impegno civile, economico e politico, ma  anche, con la testimonianza della propria carità e fede, a offrire un  contributo prezioso al faticoso ed esaltante impegno per la giustizia,  per lo sviluppo umano integrale e per il retto ordinamento delle realtà  umane».  Primo passo per promuovere la libertà religiosa come via  per la pace è il dialogo tra istituzioni civili e religiose, dal momento  che «esse non sono concorrenti ma interlocutrici, perché sono tutte a  servizio dello sviluppo integrale della persona umana e dell’armonia  della società».  Il Papa fa appello alla verità morale nella politica e  nella diplomazia, rivolgendosi in modo particolare a quei Paesi occidentali  segnati dall’ostilità contro la religione fino al «rinnegamento  della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e  la cultura della maggioranza dei cittadini». 
Da ultimo, un appello al «dialogo interreligioso» per collaborare «per  il bene comune» e uno affinché cessino i soprusi nei confronti dei  cristiani che abitano in Asia, nel Medio Oriente e specialmente in Terra  Santa, con l’auspicio che pure «nell’Occidente cristiano, specie in  Europa, cessino ostilità e pregiudizi contro i cristiani per il fatto che  essi intendono orientare la propria vita in modo coerente ai valori e  principi espressi nel Vangelo.  L’Europa sappia riconciliarsi con le proprie  radici cristiane, che sono fondamentali per comprendere il ruolo  che ha avuto, che ha e che intende avere nella storia; saprà, così,  sperimentare giustizia, concordia e pace, coltivare un sincero dialogo  con i popoli non cristiani.  Alcuni di essi si affacciano con speranza  verso il continente europeo e vanno accolti con spirito di apertura e di  fraternità radicato nel Vangelo, secondo i criteri di legalità e di sicurezza  che non possono prescindere dal rispetto della comune dignità  umana».

La Parola della Domenica

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di , 6 Novembre 2010

Ez 47, 1-2.8-9.12   Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.
Sal 45   Un fiume rallegra la città di Dio.
ICor 3, 9c-11.16-17  Voi siete il tempio di Dio.
Gv 2, 13-22   Parlava del tempio del suo corpo.

 Frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore 
Quest’anno, al posto della XXXII Domenica del Tempo ordinario, celebriamo la festa della dedicazione  delle nostre chiese parrocchiali nella prossimità delle festa della chiesa-madre di Roma, la  basilica Lateranense, dedicata inizialmente al Salvatore e in seguito a san Giovanni Battista.  Che  cosa rappresenta per la liturgia e per la spiritualità cristiana la dedicazione di una chiesa e l’esistenza stessa della chiesa, intesa  come luogo di culto?  Dobbiamo partire da queste parole del Vangelo: “È venuto il momento, in cui i veri adoratori adoreranno  il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”.  Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell’uomo che ha accolto la sua parola.  Parlando di sé e del Padre  dice: “Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: “Non sapete che voi siete il  tempio di Dio?  ” (1 Cor 3, 16).  Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente.  Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là,  “dove due o più sono riuniti nel suo nome” (Mt 18, 20).  Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una “chiesa  domestica” (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza,  il luogo in cui “due o più” sono riuniti nel suo nome.  A che titolo, allora, noi cristiani diamo tanta importanza alla chiesa, se  ognuno di noi può adorare il Padre in spirito e verità nel proprio cuore, o nella sua casa?  Perché questo obbligo di recarci in  chiesa ogni domenica?  La risposta è che Gesù Cristo non ci salva separatamente gli uni dagli altri; egli è venuto a formarsi un  popolo, una comunità di persone, in comunione con lui e tra di loro. 

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L’Omelia del Patriarca al Mandato

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di , 2 Ottobre 2010

Venezia, 25 Settembre 2010

1.  «Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio» (Dt  32,10).  Questo versetto della Prima Lettura, da subito, carissimi/e, spalanca  il nostro cuore al significato profondo di questo gesto decisivo per la vita della  Chiesa veneziana.  Ancora una volta siamo convenuti, nella splendida Basilica  di San Marco da ogni parte della Diocesi, per ricevere dalle mani del vescovo  il mandato di attuare, in varie forme, il compito educativo a favore di  uomini e donne in tutte le stagioni della loro esistenza.  Al cuore dell’educazione sta la dimensione generativa umana, che è genesi  e legame, relazione e riconoscimento, trasmissione e tradizione, responsabilità  e fedeltà, interessamento e cura» (da: La sfida educativa a cura del Progetto  culturale CEI, Laterza 2009, p 12).  Si educa sempre e solo dentro una relazione.  Il brano dell’odierno Vangelo di  Luca, su cui siete stati invitati a riflettere con strumenti appropriati per prepararvi  a questo gesto, ci presenta nella figura del padre buono il paradigma di  ogni rapporto educativo.  Conviene identificarne subito la cifra essenziale: se  si è chiamati ad essere educatori allora si è chiamati non solo ad essere  maestri, ma ad essere padri.  
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La Parola della Domenica

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di , 27 Febbraio 2010

2ª di Quaresima
Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele. 
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza. 
Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso. 
Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.
 

C’è nella storia di Abramo (Genesi 15) un’espressione che mi pare costituisca la chiave interpretativa  di tutto l’insegnamento della Liturgia della Parola che proclamiamo in questa seconda domenica  di quaresima: «Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a  contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza.  Egli credette al Signore, che glielo accreditò  come giustizia.  E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».  Dio «fa  uscire, conduce fuori».  Ogni avventura di salvezza, cioè di liberazione, inizia con un esodo.  È «esodo» uscire dal tepore confortevole  della propria tenda (la propria casa) per alzare gli occhi al cielo e contare, nella fredda oscura notte del deserto, le stelle lontane…  È «esodo» abbandonare la propria terra, le proprie abitudini, i propri modelli culturali ai quali siamo così affezionati, ed  iniziare, tra le prove più difficili e sconcertanti di un Dio esigente eppure mai padrone, la ricerca itinerante di un Signore, di una  Trascendenza qualunque nome ad essa vogliamo dare, di un popolo…  È «esodo» per Paolo (cf Filippesi 3) accettare di essere in  catene per l’Evangelo, e continuare caparbiamente ad annunciare la Parola dal fondo umido e buio di una prigione… È «esodo»  per Pietro, Giacomo e Giovanni decidersi a scendere dal monte (cf Luca 9) dove il Cristo si era “trasfigurato” e riprendere in compagnia  del maestro e degli uomini una faticosa missione, tra mille dubbi e molte paure, quando sarebbe stato molto più bello e  gratificante fermarsi per sempre in una visione estatica ed anticipata del Paradiso…  È «esodo» per Gesù uscire da Nazareth, percorrere  in lungo e in largo la Giudea e la Galilea, ed annunciare ai piccoli e ai poveri la liberazione, annullando gli egoismi del tempo  (di ogni tempo), le commistioni tra religione e potere, l’abuso improprio del nome di Dio, Tutta la storia è una storia di «esodo»:  di una strada maestra che abbiamo perso o che non abbiamo mai conosciuto, di una liberazione che attendiamo senza aver ancora  intravisto.  In questa ricerca il credente non ha privilegi, non ha autostrade riservate, vie di fuga da lui solo percorribili.  No.  Egli ha,  è vero, il “filo d’Arianna” della Parola e della coscienza, ma esso non può essere oggetto di una custodia gelosa, deve dividerlo in  mille e mille fili, per parteciparlo a tutti i compagni di questo viaggio rischioso e talora angoscioso – come in una famiglia – alla  ricerca del volto glorioso del Padre di tutti, nessuno escluso.  Con la nostra vita, della quale non nascondiamo le fatiche e talora le  ambiguità ma questa è la storia che Dio ama, è la storia degli uomini e delle donne reali, che sono come sono e non come noi vorremmo  che fossero.  Questa storia ha un senso nascosto e misterioso, un senso che noi dobbiamo riconoscere, una direzione di  marcia che dobbiamo intuire, una traiettoria che dobbiamo seguire insieme con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle, anche e  soprattutto con coloro che vivono una vita di fatica.  Solo allora la nostra fede sarà profezia, collegamento continuo di evangelizzazione  e di storia, testimonianza di pace in un mondo incredibilmente e inesorabilmente violento..  Profezia, certo da non commemorare,  ma da vivere.  Mentre onoriamo i profeti del passato, dobbiamo riconoscere i profeti di oggi quelli che hanno il coraggio di  scendere dal Tabor per essere i testimoni del Cristo che soffre e che risorge!

Insegnamento della Religione Cattolica “Non è catechismo ma un necessario approfondimento culturale”

di , 7 Febbraio 2009

 Italiani, anche cattolici, che non si avvalgono dell’Insegnamento della religione cattolica (Irc); bambini di religione musulmana, cristiana ortodossa o provenienti da nazioni come la Cina, che frequentano regolarmente l’ora di religione… L’insegnamento della religione cattolica, così come è stato concepito, così come viene svolto, è la presentazione del cristianesimo secondo una metodologia culturale: ed è di utilità a tutti, a credenti e non credenti», riflette mons. Valter Perini, vicario episcopale per l’Evangelizzazione e la Catechesi.

«Abbiamo impiegato tanto tempo a far capire che non è un’ora di catechismo. La catechesi ha come finalità l’accompagnamento dei credenti a un’adesione al Signore e alla sua sequela. Non è questo il compito dell’ora di religione, ma la presentazione del messaggio cristiano secondo modalità diverse».Secondo mons. Perini «sicuramente le persone che vengono da altri continenti non hanno la prevenzione verso la religione in sé, né si sentono messi in discussione come musulmani o altro. E’ segno di vera intelligenza, di apertura, confrontarsi con la dimensione religiosa della persona umana.

E’ quello che farei anch’io se andassi in Cina o in un paese musulmano: frequenterei una scuola che mi permettesse di capire l’islamismo o il taoismo o il buddismo…L’atteggiamento di certi stranieri, che per i figli scelgono la frequenza all’Irc, per mons. Perini ha da insegnare anche a noi. «Dovrebbe aiutarci a capire che spesso le persone appartenenti ad altre religioni rimangono sconcertate di fronte al nostro ateismo proclamato, a una chiusura pregiudiziale nei confronti di Dio.

Se si volessero riservare vere attenzioni verso coloro che professano altre religioni bisognerebbe farlo non negando il fatto religioso ma rispettando la loro fede, che implica anche la sua conoscenza. Una laicità effettiva si ha in una scuola che rispetta tutte le differenze, le mette a confronto e le valorizza, lasciando la libertà a ciascuno poi di fare le sue scelte». Si apre quindi a un rapporto che va oltre la scuola, per aiutarci ad affrontare la vita.

 

Insegnamento della religione cattolica nella scuola

di , 23 Gennaio 2009

Religione a scuolaIn questo periodo di grande confusione dove è presente una grande sconfessione dei grandi valori, poniamo uno sguardo su un argomento di massima importanza: l’avvelersi dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola che non è rivolto solo ai cattolici e ne intende convertire, ma intende approfondire l’esperienza umana e far conoscere l’amore di Dio che è radice di ogni amore Scegliere di avvalersi della religione cattolica è una scelta educativa.

… La persuasione che a scuola si decida in larga misura il destino personale di ciascuno ci spinge a rinnovare il nostro impegno nel favorire l’educazione delle giovani generazioni, come punto fermo di ogni autentico sviluppo sociale e culturale.

In tale contesto si inserisce a pieno titolo l’insegnamento della religione cattolica (IRC), che favorisce la riflessione sul senso profondo dell’esistenza, aiutando a ritrovare, al di là delle singole conoscenze, un senso unitario e un’intuizione globale”.

“Ciò è possibile perché tale insegnamento pone al centro la persona umana e la sua insopprimibile dignità, lasciandosi illuminare dalla vicenda unica di Gesù di Nazaret, di cui si ha cura di investigare l’identità, che non cessa da duemila anni di interrogare gli uomini.

In tal modo l’IRC risveglia il coraggio delle decisioni definitive, al di là dell’erosione dei valori e della figura stessa dell’uomo, ambiguamente divulgata da non poche correnti del pensiero contemporaneo. Attraverso il suo percorso didattico, secondo le finalità tipiche della scuola, l’IRC non minimizza la fatica del conoscere e si inserisce attivamente nell’impegno della scuola italiana a far fronte alle esigenze delle nuove generazioni”.

(Dal messaggio della CEI in vista delle iscrizioni per l’anno scolastico 2009/2010)   .

Tanti sentieri per una sola strada

di , 16 Novembre 2008

“E’ Dio l’educatore!  Dio educa il suo popolo!”  Quest’espressione del Cardinale Carlo Maria Martini fece centro qualche anno fa, quando invece di scrivere la sua Lettera alla Diocesi di Milano rivolgendosi ad ogni singolo settore e ambito della formazione, il Vescovo intuì che prima di tutto era lo stesso Dio ad aver scelto per sé questa difficile “professione” e servizio di essere lui stesso animatore, lui catechista, lui insomma educatore. Anche nella nostra Diocesi sta circolando questa consapevolezza, come racchiusa in una formula che magica non è visto che è affidata all’impegno quotidiano di tutti: SIAMO UNA “COMUNITÀ’ EDUCANTE!”

Tutte le diverse forme in cui si esercita questo duro ed affascinante compito di condurre le persone sulla via del Vangelo deve essere unificato in una visione comune, pur restando tanto diverse le modalità. Anche noi dell’Unità Pastorale di Murano ci vogliamo interrogare e per questo martedì prossimo ci incontreremo con don Walter Perini per iniziare a camminare. Una Nota del Patriarcato precisa questo progetto: “Dalla vita nasce la vita”, questo potrebbe essere lo slogan della “comunità educante”. Di fronte alle difficoltà che ci pone la catechesi oggi, la tentazione più forte è quella di chiederci: “Che cosa dobbiamo fare?”, pensando, certo in buona fede, che la soluzione dei problemi verrà “facendo” alcune cose, quasi che le tecniche, i sussidi, e le iniziative possano “miracolosamente” far cambiare la situazione. Su questo non dobbiamo illuderci.  Spesso il Patriarca ripete che «dall’organizzazione non nasce la vita».  Errori di questo tipo sono fonte di fallimento e di delusione.

Allora su quale strada sicura possiamo incamminarci?  Se “iniziare” alla fede vuol dire introdurre progressivamente ad una vita piena di comunità, questo inserimento dovrà avvenire attraverso degli attori. Non un gruppo di persone qualsiasi, ma una comunità di uomini e donne, dei testimoni (il sacerdote, i catechisti, gli animatori dell’ACR, gli scout, gli insegnanti di religione, i responsabili del canto, della liturgia, dello sport, del patronato, ecc.) che stanno insieme perché hanno incontrato Cristo e vivono di Lui; sono amici in Cristo; una comunità di persone che intende prendere sul serio le implicazioni di Atti 2,42  circa la vita di comunione («Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere»).

Esse sono riprese nelle quattro finalità della Visita pastorale.  Una comunità educante che le segue, vive la logica sacramentale della vita. Una tale comunità, che vive l’evento” di Gesù Cristo, è nelle condizioni di far nascere un “nuovo evento”, perché – secondo le parole del Patriarca: «il luogo in cui si vive l’evento fa nascere un nuovo evento».

Una comunità con queste caratteristiche è una comunità educante perché comunica in modo performativo ai ragazzi la sua umanità “cambiata” dall’evento Cristo. Gli educandi dovranno incontrare non degli individui, neppure dei singoli educatori, ma il loro insieme come espressione di una comunione vitale di persone che testimoniano autorevolmente ciò che propongono.

Insomma, se tutti siamo in cammino, davanti a noi ci sono tanti sentieri per una sola strada.

Don Nandino e don Carlo  

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