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Il Battesimo di Gesù è il “Nostro Battesimo”!!!!

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di , 11 Gennaio 2014

Battesimo-di-GesuSulle rive del Giordano, Giovanni Battista predica la conversione dai peccati per accogliere il regno di Dio che è vicino. Gesù scende con la folla nell’acqua per farsi battezzare. Il battesimo per i Giudei era un rito penitenziale, perciò vi si accostavano riconoscendo i propri peccati. Ma il battesimo che Gesù riceve non è solo un battesimo di penitenza: la manifestazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo gli danno un significato preciso. Gesù è proclamato «figlio diletto» e su di lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta (annuncio del messaggio della salvezza), sacerdote (l’unico sacrificio accetto al Padre), re (messia atteso come salvatore) (cf prefazio).

Il battesimo di Cristo è il «nostro battesimo»
La redazione degli evangelisti tende a presentare il battesimo di Gesù come il battesimo del «nuovo popolo di Dio», il battesimo della Chiesa. Nel libro dell’Esodo, Israele è il figlio primogenito che viene liberato dall’Egitto per servire a Dio e offrirgli il sacrificio (Es4,22); è il popolo che passa tra la muraglia d’acqua del Mar Rosso e nel sentiero asciutto attraverso il fiume Giordano. Cristo è il «figlio diletto» che offre l’unico sacrificio accetto al Padre; Cristo che «esce dall’acqua» è il nuovo popolo che viene definitivamente liberato: lo Spirito non solo scende su Cristo, ma rimane su di lui «perché gli uomini riconoscessero in lui il Messia, inviato a portare ai poveri il lieto annunzio» (prefazio). Lo Spirito che non aveva più dimora permanente fra gli uomini (Gn 6,3) ora rimane sempre, per Cristo, nella Chiesa.
La missione di Cristo è prefigurata in quella del Servo sofferente di Isaia. Il «Servo di Iahvè» è colui che porta su di se i peccati del popolo. In Cristo che si sottopone ad un atto pubblico di penitenza, vediamo la solidarietà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con la nostra storia. Gesù non prende le distanze da un’umanità peccatrice: al contrario, vi si immedesima per meglio «manifestare il mistero del nuovo lavacro» (pref.) e i conseguenti impegni di azione apostolica che ne derivano per il discepolo.

Alla riscoperta del proprio battesimo
Nati e vissuti nella fede della Chiesa, i cristiani hanno bisogno di riscoprire la grandezza e le esigenze della vocazione battesimale. E’ paradossale che il battesimo, il quale fa dell’uomo un membro vivo del Corpo di Cristo, non abbia molto posto nella coscienza esplicita del cristiano e che la maggior parte dei fedeli non sentano l’ingresso nella Chiesa attraverso l’iniziazione battesimale come il momento decisivo della loro vita.
Il battesimo dato a noi nel nome di Cristo è manifestazione del preveniente amore del Padre, partecipazione al mistero pasquale del Figlio, comunicazione di una nuova vita nello Spirito; esso ci pone dunque in comunione con Dio, ci integra nella sua Famiglia; è un passaggio dalla solidarietà nel peccato alla solidarietà nell’amore. Una nuova sensibilità per il battesimo è stata suscitata nella Chiesa dallo Spirito: oggi più che mai, nelle comunità cristiane, si presenta la vita cristiana come «vivere il proprio battesimo»; e maggiormente si manifesta negli adulti il bisogno di ripercorrere le tappe del proprio battesimo attraverso un «cammino catecumenale» fatto di profonda vita di fede vissuta comunitariamente, legata ad una seria conoscenza della Scrittura.

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell’acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell’acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l’amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità
dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo. Per l’uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Da Greccio alle nostre case il fascino del Presepe

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di , 18 Dicembre 2013

presepegreggiocasentini Narra l’Evangelista Luca al Capitolo 2 versetto 16,17 “Giunsero in fretta i pastori a Betlemme e là trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che dormiva in una mangiatoia. ” E ‘il racconto più bello che la tradizione cristiana ci annuncia presentandoci la nascita di Gesù nella povertà e nell’umiltà di quel luogo e di quella notte, dove Dio incarnandosi ha piantato la sua dimora in mezzo a noi. Ed è da questa fonte, che indubbiamente S.Francesco volle interpretare in maniera realistica il presepe di Greccio per rivivere intensamente il mistero del Natale. I suoi biografi raccontano, che ottenuto il consenso dal Papa Onorio III°, Francesco passando per Greccio nel dicembre del 1223 chiese al nobile feudatario Giovanni Velita l’aiuto per allestire sul posto una sacra rappresentazione della nascita del Redentore. Individuata una piccola grotta accanto all’abitato, prepararono il fieno per la mangiatoia e vi condussero un bue e un asino per ricostruire l’antico”caravanserraglio”:  Giunta la “Santa Notte” convenirono tutti in quel luogo, frati abitanti e sacerdote e sopra la paglia venne deposta un’immagine del bambinello confezionata dalle mani di Madonna Alticama moglie del feudatario. Iniziata la S.Messa, Francesco rivestito dei paramenti diaconali cantò solennemente il Vangelo e prese amorevolmente tra le sue braccia il simulacro del bambino che miracolosamente come dissero i presenti cominciò ad animarsi e vagire tra le braccia del santo come un vero neonato.

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Ricordo di Mons.Vittorio Vianello a 10 anni dalla sua scomparsa

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di , 11 Dicembre 2013

scansione0004 Lo chiamavamo tutti “Don Vittorio”, anche dopo la sua nomina a Monsignore e Canonico Onorario di S.Marco avvenuta nel 1990 anno in cui lasciò la Parrocchia dei SS.Maria e Donato per raggiunti limiti di età, lasciando un segno indelebile nella vita della comunità cristiana dell’isola di Murano. Ed ora a dieci anni esatti dalla sua scomparsa sarà ricordato Domenica 15 dicembre(giorno della sua morte) nella S.Messa delle ore 11,15 in quella Basilica che tanto amava e che lo ha visto Pastore e guida spirituale di intere generazioni di muranesi. Nato a Pellestrina nel 1914 fu ordinato Sacerdote nel 1939 dal Patriarca La Fontaine il 2 luglio e nell’ottobre dello stesso anno fu assegnato come Cappellano alla Parrocchia di S.Donato guidata dall’allora Parroco Don Benedetto Tosi. Alla morte di Don Tosi avvenuta nel 1948 Don Vittorio venne eletto Parroco dai capifamiglia della Parrocchia attraverso il privilegio elettivo dello “Jus Patronato” e nel suo lunghissimo ministero ha accompagnato all’ordinazione quattro sacerdoti isolani, Don Cipriano Barbini, Don Umberto Bertola, Don Marino Gallina e Fra Igor Barbini. Contribuì in maniera determinante alla edificazione della “Casa S.Cuore” nel 1959 e al grande restauro del Pavimento Musivo della Basilica di S.Donato avvenuto negli anni 1973-1979 per merito dei Coniugi Delmas membri dell’Associazione Americana “Save Venice”che finanziarono i lavori. Don Vittorio è stato un “Pastore Fedele” alla Chiesa Veneziana e ai suoi Patriarchi succedutisi nei suoi 52 anni di ministero in mezzo a noi, tra cui amava ricordare il Card. Albino Luciani, poi Papa Giovanni Paolo I° di cui fu amico personale e particolare collaboratore nelle vicende liete e tristi che segnarono il suo Ministero Episcopale nella Diocesi di Venezia. Nel 1990 lasciata Murano si ritirò a vita privata nella Parrocchia Veneziana di S.Simeone Profeta dove continuò a collaborare con il Parroco di allora Don Luigi Vitturi alla vita della comunità. Il suo ricordo rivive nei nostri cuori e la sua preghiera di intercessione ci accompagna nel nostro cammino verso “Il Regno che Attendiamo”.

Festa di S.Nicolò tra fede e tradizione

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di , 6 Dicembre 2013

AS1029Anche se il “Comparto Della Vetraria Muranese” sta soffrendo da anni per la crisi internazionale, la festa del suo Patrono S.Nicolò si è celebrata in un clima di “fede e di serenità” nel rispetto della secolare tradizione che unisce il sacro e il profano in un “particolare connubio”. Da più di 25 anni l’Associazione Scuola di S.Nicolò promuove a livello interparrocchiale la Celebrazione della S.Messa in onore del Santo e la Mostra Vetraria a scopo benefico. Quest’anno la Liturgia Eucaristica è stata presieduta dal nuovo Vicario Generale Don Angelo Pagan assieme al Parroco Don Alessandro e a Don Umberto Bertola, sacerdote nativo dell’isola. Nella sua “omelia” Don Angelo ha sottolineato le virtù e le doti particolari del Vescovo di Myra, mettendo in evidenza il dono della carità e dell’amore per i poveri e per i bimbi esortando tutti i fedeli presenti a compiere gesti di pace e di solidarietà verso chi nel bisogno. Don Angelo è rimasto sorpreso dell’accoglienza ricevuta e della partecipazione delle famiglie con i bambini alla Liturgia in Basilica e di conseguenza si è complimentato con Don Alessandro, dicendo che la nostra “Unità Pastorale” è come una grande famiglia che sa pregare e condividere la fede nel segno della “Parola del Vangelo”. Ci ha assicurato, la sua vicinanza nella preghiera e soprattutto che riferirà al Patriarca Francesco, l’entusiasmo, l’affetto e la generosità che Murano ha dimostrato in tale occasione. Alla fine della S.Messa è stato benedetto il tradizionale “pane di S.Nicolò” offerto a tutti i fedeli presenti. L’apertura della “mostra Vetraria “in Centro S.Gerardo ha concluso la Festa che ci ha visto tutti riuniti nella comune devozione al nostro Patrono.

Papa Francesco come Clemente VIII° in soccorso dei poveri

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di , 30 Novembre 2013

imagesLa notizia ufficialmente, non ha avuto conferma dalle “fonti vaticane”ma da alcune indiscrezioni sembra che Papa Francesco in tutta segretezza, sia andato in varie occasioni per le strade di Roma alla notte per “portare conforto e soccorso ai poveri” Non è certamente cosa di tutti i giorni, ma la storia racconta che sul finire del 1500 Papa Clemente VIII°andava allora ” in gran segreto” e travestito da viandante per le strade “buie e pericolose di Roma” per portare aiuto ai miserabili ai pellegrini, mangiando con loro e convincendoli anche a confessarsi. Erano gli anni in cui operava nella Capitale come “apostolo della carità”, il sacerdote Filippo Neri poi diventato Santo. Il Papa Clemente VIII°lo conobbe negli anni del suo pontificato, e lo voleva nominare Cardinale e suo personale collaboratore nella”carità verso i derelitti”. Filippo Neri a questa richiesta del Papa sorrise, e con tutta umiltà disse: “Santità al posto della porpora preferisco il Paradiso”!! E così fu, Filippo Neri non divenne Cardinale ma fu proclamato dopo la sua morte “Il Santo dei Poveri”e la Chiesa lo annovera nei Santi ” Apostoli della Carità”. Avverrà così anche per Papa Francesco??? Riporto l’articolo che è stato pubblicato sulla pagina di Facebook “Tu sei Pietro”!

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Quando nell’antica Liturgia Funebre si usava “il catafalco”

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di , 27 Novembre 2013

Catafalco1  “Catafalco “, sembra un nome uscito dalle “oscure nebbie” della storia della Liturgia, e se lo chiedi ad un sacerdote di “nuova generazione “forse non sa cosa significhi o che uso abbia avuto. D’Altro canto, ormai da quasi cinquant’anni, cioè dalla Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II° questo “apparato funebre “è scomparso dalle nostre chiese e indubbiamente anche dagli archivi dove si custodiscono gli arredi sacri. Probabilmente, in qualche Museo di Arte Sacra alcuni “reperti storici” saranno conservati a dimostrazione di come venivano solennizzate le Liturgie dei Defunti anche dal punto di vista dell’esteriorità preconciliare. L’Etimologia cioè “il significato” del nome Catafalco è alquanto incerta, gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). In sostanza il Catafalco era una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide ” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamati a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate ” che dovevano ricordare all’assemblea cristiana “l’inesorabile trascorrere del tempo ” e la “dissoluzione del corpo dopo la morte “. Questa base poi, di solito era sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svettava una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto poteva misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri, quello che doveva colpire il fedele era la “verticalità “che doveva dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola venivano posti vari candelabri d’argento o d’ottone a seconda della solennità potevano variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi.

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Papa Francesco svela: “Anch’io mi confesso, io sono un peccatore”

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di , 21 Novembre 2013

26112989_angelus-di-papa-francesco-del-settembre-0“Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i vescovi, perché sono peccatori”. Durante l’udienza generale papa Francesco ha raccontato che anche il Santo Padre è solito confessarsi, almeno una volta ogni due settimane: “Anche il Papa è un peccatore”.

Ricordando che Gesù diede agli apostoli il potere di perdonare i peccati e che, quindi, “la Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di Dio che perdona ogni uomo”, Bergoglio ha ricordato che Dio stesso “ha voluto che chi fa parte della Chiesa riceva il perdono tramite i ministri della comunità”. E anche il Potenfice sente il bisogno del perdono: “E il confessore sente le cose che gli dico, mi consiglia e mi dà il perdono. E ho bisogno di questo perdono”.

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Domenica Di Preghiera Per Le Vocazioni

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di , 1 Maggio 2012

Messaggio di Papa Benedetto
Le vocazioni, dono della Carità di Dio

Cari fratelli e sorelle!

la XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni… ci invita a riflettere sul tema: Le vocazioni dono della Carità di Dio. La fonte di ogni dono perfetto è Dio Amore – Deus caritas est -: «chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). La Sacra Scrittura narra la storia di questo legame originario tra Dio e l’umanità, che precede la stessa creazione. San Paolo, scrivendo ai cristiani della città di Efeso, eleva un inno di gratitudine e lode al Padre, il quale con infinita benevolenza dispone lungo i secoli l’attuarsi del suo universale disegno di salvezza, che è disegno d’amore. Nel Figlio Gesù – afferma l’Apostolo – Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità » (Ef 1,4). Noi siamo amati da Dio “prima” ancora di venire all’esistenza! Mosso esclusivamente dal suo amore incondizionato, Egli ci ha “creati dal nulla” (cfr 2Mac 7,28) per condurci alla piena comunione con Sé. Preso da grande stupore davanti all’opera della provvidenza di Dio, il Salmista esclama: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? ” (Sal 8,4-5). La verità profonda della nostra esistenza è, dunque, racchiusa in questo sorprendente mistero: ogni creatura, in particolare ogni persona umana, è frutto di un pensiero e di un atto di amore di Dio, amore immenso, fedele, eterno (cfr Ger 31,3)… Si tratta di un amore senza riserve che ci precede, ci sostiene e ci chiama lungo il cammino della vita e ha la sua radice nell’assoluta gratuità di Dio. Riferendosi in particolare al ministero sacerdotale, il mio predecessore, il Beato Giovanni Paolo II, affermava che «ogni gesto ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare sempre più nell’amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore e Sposo della Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a quello preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo» (Esort. ap. Pastores dabo vobis, 25).

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XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

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di , 1 Maggio 2012

Nella quarta Domenica di Pasqua, 29 Aprile 2012, domenica del Buon Pastore, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, proposta alla Chiesa universale con profetica intuizione, da Papa Paolo VI nel 1964. Il tema che il S. Padre Benedetto XVI propone in questa quarantanovesima Giornata mondiale per la riflessione e la preghiera delle comunità cristiane è: “Le vocazioni dono della carità di Dio” (Deus caritas est, n. 17). Ciò significa riscoprire la gratuità del dono di ogni vocazione e di ogni chiamata a vivere la propria vita nel segno della Beatitudine e dell’Amore, in continuità con quanto afferma Gesù nel vangelo di Matteo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”(Mt 10,8). Lo slogan scelto dal Centro Nazionale Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana è: “Rispondere all’ Amore… si può” Esso si propone come invito a vivere con creatività, responsabilità e fedeltà la propria vocazione. E’ un grande inno all’amore, che riecheggia in tante pagine bibliche, e che si esprime nelle due grandi espressioni e modalità dell’amore: la vita di coppia e la verginità donata nel ministero ordinato del Sacerdote o nella Vita consacrata. Sono due espressioni dell’Amore che si innestano sullo stesso tronco dalle radici profonde, che attingono fecondità dalla sorgente viva che è Gesù, e come due rami fioriti si liberano in alto per cercare gli spazi inifiniti del Cielo. Brani biblici di riferimento: 1 Gv 4,19; Cantico dei Cantici 8, 6-7; Geremia 20,7.

Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2012

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di , 10 Marzo 2012

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda  nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24) 

(continua)…  L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene,  sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale.  La cultura contemporanea  sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire  con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene  » (Sal 119,68).  Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la  fraternità e la comunione.  La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che  anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità.  La Sacra Scrittura mette  in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui.  L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel  cuore dell’uomo.  In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato  e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione  del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19).  In entrambi i casi abbiamo a che fare con il  contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.  Che cosa impedisce questo sguardo umano e  amorevole verso il fratello?  Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le  proprie preoccupazioni.  Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere  talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero.  Invece proprio l’umiltà di cuore  e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto  riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7).  Si comprende così la beatitudine di «coloro che  sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. 

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