Tag articolo: santità

A cosa serve l’adorazione eucaristica?

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di , 21 Gennaio 2012

Nei vangeli, ad un certo punto, si presenta Satana nel deserto che cerca di mettere alla prova Gesù; lo condusse con sé su un monte e gli mostrò tutti i regni del mondo e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai”. Satana vuole essere adorato. Noi non siamo qui sulla terra per fare gli idolatri, il Signore non ci ha dato la vita per andare ad adorare chi non ha potere. Il nemico sicuramente può crearci qualche ostacolo, metterci addirittura alla prova , oppure insinuare qualche tentazione piccola o grande. Se noi rimaniamo incardinati in Cristo, Cristo non permetterà che noi cadiamo, nella vita dei Santi, si nota che se il Signore permette una prova, questa è nella misura in cui serve, perché la fede deve essere affinata, cioè provata. Noi siamo su questa terra, perché tutti siamo chiamati alla santità e tutti dobbiamo rispondere a questa chiamata, anche se ci costa fatica dobbiamo arrivarci a qualunque sacrificio. La preghiera di adorazione significa innanzitutto questo: “Riconoscere che il Signore è l’unico vero Dio”. Soltanto di fronte a Gesù Eucaristia noi ci inginocchiamo, solo di fronte a Lui mettiamo la testa giù, perché veramente vogliamo ricordare a noi stessi, che non siamo nulla e che Lui è tutto. Noi nel prostrarci di fronte a Dio, inginocchiandoci e chinandoci diciamo con quei gesti, che c’è un nostro riconoscere che solo Lui ha potere sopra di noi. Durante l’adorazione, il Signore ci riempie di carica vitale, di forza, di gioia, stare con lui non è tempo perso, a volte non lo sappiamo quello che Dio fa per noi in quell’ora di adorazione ma è certo che non usciremo a mani vuote… dopo un’ora esci che sei completamente trasformato, non te ne accorgi subito, perché la sensibilità spirituale si acquisisce un po’ alla volta. Il Signore risveglia i suoi doni, i suoi carismi, stando in adorazione, si acquistano benefici spirituali, all’inizio potremmo anche non percepire fisicamente e spiritualmente i benefici, ma ci sono senz’altro.

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Ascensione del Signore

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di , 5 Giugno 2011

C’è un piccolo particolare che apre il testo di oggi, piccolo ma drammaticamente  significativo: non sono dodici, ma undici, i discepoli  convocati sul monte di Galilea per essere mandati sino ai confini della terra a  portare il Vangelo della salvezza e della pace.  Un corpo ferito, dunque!  Una necessaria  sproporzione tra la santità del compito e del progetto, e la povertà della  storia di ciascuno e di tutti.  Annotiamo anche la precisazione che accentua questa sproporzione: “essi però  dubitarono”.  Nella versione precedente questa debolezza era attribuita ad  “alcuni”, mentre qui essa viene estesa, e quindi ci siamo dentro tutti, perché il dono della fede porta con sé  l’esigenza di accettare il dubbio.  Forse dobbiamo uscire da una certa retorica istintiva che lascia il dubbio  come appannaggio certo del non credente, dell’ateo.  In realtà si può pensare che la sorte del credente sia  innanzi tutto la profonda percezione del suo essere “non credente”, viaggiatore perennemente non arrivato.  Cercatore di un fuoco nella notte dove lo splendore certo della fiammella nella notte è capace di raccogliere  intorno a sé e in sé tutta la tensione, l’attenzione, il desiderio, la stanchezza, la paura, la tentazione di fermarsi  perche la notte si è fatta troppo buia e fredda.  E peraltro quella fiamma continua a rimanere piccola e  lontana.  I maestri d’Israele ne parlano come di una bellissima seducente donna che ti fa cenno e t’invita,  ma quando sei vicino a raggiungerla, ecco allora si ritrae, intrecciando in te la seduzione, la delusione e il  dolore.  Forse, dunque, il dubbio è il compagno non congedabile di ogni sentiero della fede.  Del resto vediamo come questa fede così povera non sembri preoccupare e fermare Gesù nella comunicazione  del progetto universale che ci invade e ci requisisce.  Egli continua imperterrito a proclamare le sue  prerogative in forza delle quali conferisce il mandato di andare presso “tutti i popoli” ad annunciare la salvezza.  La grande missione è oggi ancora del tutto iniziale.  In molte terre e in moltissimi cuori neppure inaugurata e  – a detta di alcuni – in molte terre e molti cuori sembra già tramontata, dimenticata.  Ma la fede, seppure  dubbiosa e povera, ci chiede di credere incessantemente che Lui è sempre con noi, fino alla fine dei giorni.  (adattamento da don Nicolini – Vangelo di Matteo – 2010)

La confraternita per i fedeli defunti

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di , 6 Novembre 2010

Ogni settimana  la nostra unità pastorale ricorda nelle sante Messe serali del mercoledì a San Donato e del giovedì a S. Pietro, i fratelli defunti affidati al suffragio della confraternita.   La Chiesa, da sempre, in ogni liturgia eucaristica celebra il trionfo della vita sulla morte e fa memoria della croce e della resurrezione di Gesù Cristo come avvenimento di salvezza per l’umanità intera.   Noi credenti, attraverso il mistero della comunione dei santi affidiamo all’infinita misericordia del Signore, i nostri cari defunti e preghiamo per la purificazione e santità delle loro anime. Coloro, che già godono della vita del risorto ci sostengono con la loro intercessione e invocano per noi ogni grazia divina, affinché operi nel nostro cammino terreno fino al compiersi dei nostri giorni. Prossimamente, e in modo particolare durante il mese di novembre, raccoglieremo le adesioni e le eventuali nuovi iscrizioni alla confraternita.  Le offerte che saranno raccolte andranno a soddisfare i bisogni e le molteplici attività caritative e pastorali delle nostre comunità.

Nei Santi l’impronta di Dio

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di , 29 Ottobre 2010

…  Ma come possiamo divenire santi, amici di  Dio?  All’interrogativo si può rispondere anzitutto  in negativo: per essere santi non occorre  compiere azioni e opere straordinarie,  né possedere carismi eccezionali.  Viene poi  la risposta in positivo: è necessario innanzitutto  ascoltare Gesù e poi seguirlo senza  perdersi d’animo di fronte alle difficoltà.  “Se uno  mi vuol servire – Egli ci ammonisce – mi segua, e  dove sono io, là sarà anche il mio servo.  Se uno mi  serve, il Padre lo onorerà” (Gv 12, 26).  Chi si fida di  Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano  sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso.  Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde,  trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25).  L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni  forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la  via della rinuncia a se stesso.  Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili  ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e  martirio.  Hanno perseverato nel loro impegno, “sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge  nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (v. 14).  I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso.  L’esempio dei  santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio,  perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui… 

 (Da  un’omelia di Benedetto XVI)

Festa di Tutti i Santi

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di , 23 Ottobre 2010

Lunedi 1° Novembre 2010 alle ore 15.00 in cimitero vivremo un momento di preghiera in commemorazione dei fedeli defunti

Ogni uomo è chiamato alla santità,  che “è pienezza della vita cristiana  e perfezione della carità, e  si attua nell’unione intima con Cristo,  e, in lui, con la Santissima  Trinità.  Il cammino di santificazione  del cristiano, dopo essere passato  attraverso la Croce, avrà il  suo compimento nella Risurrezione  finale dei giusti, nella quale Dio  sarà tutto in tutte le cose”  (Compendio del ccc, 428). 

La Parola della Domenica

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di , 2 Ottobre 2010

27ª del Tempo Ordinario
Ab 1,2-3;2,2-4   Il giusto vivrà per la sua fede.
Sal 94   Ascoltate oggi la voce del Signore
2Tm 1,6-8.13-14   Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro
Lc 17, 5-10   Se aveste fede!

Credere: è la più bella avventura!
La Liturgia della Parola di questa domenica inizia con un grido di dolore verso Dio da parte del profeta  Abacuc perché all’interno del popolo d’Israele dilagano violenze e contese, la legge è trasgredita, il  diritto non rispettato.  La prima risposta di Dio, non riportata dal testo di oggi, è l’annuncio che verranno  i Caldei a punire gli empi (Ab 1,6).  A tale risposta il profeta si àgita ancora di più, chiedendo conto a  Dio del suo operato; sì, Giuda ha peccato ma perché Dio ha scelto un popolo malvagio, pagano che governa  opprimendo e seminando morte, per esercitare la sua vendetta?  In fondo Giuda rimane sempre un giusto che ama l’unico  Dio.  Abacuc attende con impazienza che il Signore dia una spiegazione a tutti i suoi perché e intervenga per porre fine all’oppressione  caldea.  Gli interrogativi del profeta sono anche i nostri, gli interrogativi di tutti coloro che odiano la violenza e l’ingiustizia.  L’ansia di Abucuc si placa nella risposta di Dio: «Ecco soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua  fede (Ab 2,4).  E’ un invito alla pazienza, alla fiducia, a credere che il giusto non sarà dimenticato, ma sopravvivrà mentre l’empio  soccomberà.  Jahveh si impegna a realizzare questa sua promessa, l’uomo da parte sua deve camminare umilmente con il suo Dio,  obbedire alle sue leggi, essergli fedele nella certezza che Dio non può ingannarlo.  Il giusto non è colui che non pecca mai, ma è  colui che, dopo aver peccato, appoggiandosi alla misericordia di Dio, si rialza riprendendo il cammino giustificato, perdonato.  Nessuno  può salvarsi da solo, nessuno può risolvere il problema del male, se non in Gesù Cristo che in sé ha distrutto tutto ciò che per  noi è fardello pesante che ci schiaccia; questa è la giustizia di Dio, che ci rende giusti: la misericordia.  Viviamo dunque di fede, gettando in Dio ogni nostro affanno e accogliamo l’invito del salmista a vivere la vita come una festa,  anche quando siamo nel buio, perché Cristo ha vinto la morte.  Solo così, ben radicati in Cristo, possiamo accogliere l’esortazione  dell’Apostolo Paolo a soffrire per il Vangelo; la fedeltà alla vocazione, al Vangelo, spesso porta con sé rinunce, sofferenze, insuccessi.  Poiché però ogni carisma è un dono di Dio non bisogna viverlo ansiosamente come se tutto dipendesse da noi, né trascurarlo  come se tutto dipendesse da Dio ma alimentarlo come fuoco sempre vivo, credendo fermamente che lo Spirito Santo sarà capace  di trasformare la nostra debolezza in forza, amore, saggezza a servizio del bene della comunità.  A questo punto come agli apostoli, anche a noi viene spontaneo chiedere al Signore di aumentare la nostra fede, non certo per  sradicare gli alberi e piantarli nel mare ma perché la sua Parola, seminata nei nostri cuori, nel cuore di ogni uomo, possa far nascere  e crescere il frutto buono che è Gesù nostro Signore e perché altri possano gustarne la dolcezza.  Nasce quindi, spontaneo nel nostro cuore una sincera gratitudine perché attraverso la nostra inadeguatezza e inefficacia Gesù,  continua a camminare nella storia, portando a maturazione i semi di santità da Lui piantati, e preoccupandosi incessantemente di  risvegliare in noi stessi la fede, di difenderla e di aumentarla.  Sì, Lui sta in mezzo a noi come colui che serve e per noi non c’è avventura  più bella che essere come lui: servi che non appartengono più a se stessi ma al proprio Signore che per noi ha donato la  vita.  Il Signore doni a tutti la gioia di dimenticarci, di non avanzar nessun diritto nei suoi confronti e di cercare solo la sua gloria e  il suo Regno, secondo quanto afferma Sant’Agostino: «Noi, fratelli, se viviamo col continuo desiderio di appartenere a Lui e perseveriamo  in esso fino alla fine, giungeremo alla visione e saremo ricolmi di gioia (dal commento sui salmi di Sant’Agostino). 

[Commento dei Monaci Benedettini Silvestrini]

Ottobre mese missionario

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di , 2 Ottobre 2010

“Considerate, fratelli,  la vostra vocazione” (1Cor 1, 26a)
Il Signore chiama ogni uomo a  condividere la sua santità e la sua gloria.
Non possiamo che essere pieni di gioia e  di riconoscenza.
E’ impegno missionario di  ciascun credente, riscoprire per sé e per  gli altri, il senso profondo della vocazione  cristiana: la risposta grata e condivisa  all’offerta dell’Amore. 

Recita del Rosario tutti i giorni alle ore 18.00 a San Donato e San Pietro

La Parola della Domenica

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di , 11 Aprile 2010

2ª di Pasqua
 At 5.12- 16   Venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne
Sal 117   “Rendete grazie al Signore perchè è buono, il suo amore è per sempre
Ap 1,9-11.12-13.17-19    Ero morto, ma ora vivo per sempre
Gv 20,19-31   Otto giorni dopo venne Gesù.
 

Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo Amore cosi recita il ritornello del salmo responsoriale di questa seconda domenica di Pasqua che la Chiesa dedica alla contemplazione della Misericordia di Dio, della quale Gesù di Nazareth, il Cristo, è il segno più alto e chiaro.  Ma vediamo le letture.  La pagina degli Atti degli Apostoli tratteggia in modo chiaro i lineamenti della “Nuova Generazione”: di una società di credenti in Gesù Cristo, Risorto.  Il brano in questione ci propone i ritratti essenziali della comunità cristiana di Gerusalemme nelle sue componenti basilari:!  .  L’azione apostolica accompagnata dai segni.  L’opera di Gesù non termina con la sua morte e risurrezione ma continua nell’attività di coloro che gli sono stati accanto dall’inizio del suo ministero pubblico.  I miracoli e prodigi di cui parla il testo odierno sono solo un mezzo reale e concreto di dire come nell’attività della chiesa, ed in particolar modo in quella dei suoi ministri, si rende viva ed efficace l’annunzio del regno di Dio.  La chiesa è “sacramento di Dio”…  attraverso la sua opera Dio trasmette la sua grazia e chiama tutti alla santità.  2.  La comunione fraterna nella preghiera e nella vita…  risulta essere un principio ed un elemento fondante di tutta la comunità.  La comunione serve a far prendere coscienza che la comunità non è chiamata a stare insieme solo nei “momenti ufficiali”, ma è necessario un lavoro che porta ad una progressiva trasformazione: una comunità-famiglia.  Tutto questo significa che ciascuno secondo le proprie capacità da il suo contributo a che nessuno manchi qualcosa…  e che tutti abbiano una totale uguaglianza.  3.  La forza della testimonianza e dell’esempio…  il numero di coloro che arrivano alla fede è sempre notevole.  Il valore della testimonianza sta nel portare gli altri alla fede.  Il nostro impegno all’interno della comunità ecclesiale deve essere quello di condurre gli altri a Gesù Cristo.  Per cui la fede e la testimonianza sono “verità” che devono essere vissute in comunità.  Tutti, ma proprio tutti, devono essere illuminati dal mio amore per Gesù Cristo…  così il proselito potrà essere rafforzato nella sua fede.  Il programma di Gesù (cf.  Lc 4) ha in queste pagine degli Atti il suo concreto riscontro.  Tutto il Mistero Pasquale viene descritto in questo scenario del libro dell’Apocalisse.  Gesù Cristo in virtù della sua morte e risurrezione è divenuto il centro della storia e della vita di ogni uomo….  Gesù Cristo si presenta come la Speranza del mondo; il Signore incontrastato che offre all’uomo, soprattutto alle categorie più abiette, un orizzonte di fiducia e di luce.  Di fronte a questa vista tutta la Chiesa cade in profonda adorazione di lode e l’eucarestia celebrata diviene anticipazione delle realtà future….  Tutto è memoriale!!  In questo cammino di profonda assimilazione a Gesù Cristo ci possono essere dei momenti “bui” o delle brusche frenate.  La difficoltà e le oscurità del credere fanno parte della vita del Cristiano.  La scrittura ci insegna che è difficile credere, la fede è una conquista faticosa.  Allora c’è bisogno di tanta pazienza e umiltà…  il passaggio da una fede “iniziale” ad una fede “matura” necessita di un cammino serio in cui la libertà dell’uomo si lascia avvolgere e abbracciare dall’amore di Dio…  e si arriva davvero alla realizzazione piena e completa.  Il riconoscere il Signore è un trapassamento, attraverso le sue ferite, da parte del nostro cuore, della nostra anima e della nostra mente.  Se non vediamo e non tocchiamo, non c’è nulla che la comunità ci può tramandare al di là di un messaggio aleatorio.  Per far partire la comunità dei credenti con la forza della testimonianza ci voleva proprio lui: Tommaso.  Detto “Didimo”, cioè gemello, e di chi, se non di ognuno di noi?  Tommaso è il catalizzatore e la forza promotrice del messaggio concreto dell’esperienza con il Risorto: la sua richiesta non è solo una curiosità per lui, ma è la curiosità che si fa ricerca in noi, nella comunità e nel mondo intero, attorno alla domanda di chi sia il nostro Signore e il nostro Dio.  La fusione tra l’ideale della comunità e la pratica nella vita della persona fa da ago della bilancia nell’equilibrio del cammino della Chiesa che parte alla luce pasquale.

Un’ora con Dio

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di , 27 Febbraio 2010

Potrebbe essere uno slogan che l’unita pastorale di Murano ha voluto  lanciare per dare inizio all’esperienze dell’adorazione eucaristica permanente nelle  nostre parrocchie dell’isola.  Una “frazione del nostro tempo” da riservare e da vivere in  piena libertà con il Signore, come “momento di eternità” da assaporare nella pienezza del  dono di “quel pane spezzato”.  Questa esperienza avviatasi quasi in sordina, sta suscitando  nel cuore dei fedeli un’adesione libera e responsabile che si realizza in una risposta di fede sempre più  consapevole della nostra identità di cristiani. 

Ed è appunto in questo incontro, atteso e desiderato con Gesù  che escono dal nostro cuore pensieri e speranze che diventano “offerta e preghiera”.  Diceva il “servo di Dio,  papa Luciani” in una omelia: “Sulla strada della santità ci trasportano le braccia di Dio e per essere portati su  di esse bisogna essere piccoli e diventarlo sempre di più.  Se si e piccoli, Dio ci porta; se vogliamo fare da soli,  Dio ci lascia camminare da soli.  Facciamo nostre queste parole di Giovanni Paolo l che si sta avviando sulla  “strada della beatificazione”.  La sua preghiera era l’invocazione dei piccoli e degli umili della terra, espressione  di amore e di fiducia nella bontà di Dio che è “papà” più ancora è “madre” per tutti noi”. 

  • Al martedì a San Pietro dalle ore 8.00 alle ore 12.00
  • Al giovedì a San Donato dalle ore 15.00 alle ore 21.00

La Parola della Domenica

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di , 24 Gennaio 2010

Ne 8, 2-4. 5-6. 8-10   Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso
 Sal 18   Le tue parole, Signore spirito e vita
1 Cor 12, 12-30   Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte
 Lc 1,1-4: 4,14-21   Oggi si è compiuta questa Scrittura

Lo Spirito del Signore è su… tutti noi!

Questa domenica è la domenica della Parola “annunciata” e proclamata dai profeti, vivificata e resa palpabile con Cristo Signore.  Il Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù è un Dio che si rivela nella storia di ciascun uomo, di ciascun popolo, pertanto impariamo a leggere la nostra storia come parola di Dio, se vogliamo incontrarlo nel quotidiano e riconoscerci suo popolo, come ha fatto Israele al tempo di Neemia quando è tornato dall’esilio di Babilonia.  In quella circostanza, la lettura ininterrotta della Bibbia, letta in assemblea e spiegata, diventa il fatto essenziale e prioritario per la ricostruzione della comunità lacerata e la ricerca della nuova identità nazionale del popolo che, non possiede più né casa né tempio ma ciò che gli resta è la parola di Dio che diventa tutto per esso. 

Qui la Bibbia non è solo ed esclusivamente ” discorso di Dio”, ma prevalentemente ” discorso con Dio”, per mezzo dell’interprete, da parte dell’assemblea che, si alimenta e beve la Parola E questo dovrebbe avvenire anche tra di noi, in famiglia, nella società infatti Gesù, e quindi la sua Chiesa, in virtù del Battesimo e della Confermazione, hanno, non solo la missione, ma soprattutto la grazia dell’ispirazione, data dalla presenza dello Spirito Santo, che rende ‘viva ed efficace’ la parola, accompagnata dalla testimonianza, tanto da poter affermare: ‘Ciò che dico è vero, perché è frutto dello Spirito che è in me’. 

Essere cristiani non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere la fede, che si esprime nel come pensiamo, come parliamo, come ci comportiamo, insomma nel come ‘viviamo Cristo’ non possiamo più essere cristiani di ‘facciata, ma dobbiamo diventare cristiani ‘vivi’, che, dove sono, operano ‘ispirati’, ossia mossi dallo Spirito Santo, difficile?  Si, ma necessario se vogliamo ‘realizzare’ noi stessi ed aiutare gli altri, crescendo insieme nella fede e nella santità.  Non è più tempo – e sono certo che voi, che siete ‘di buona volontà’, siate d’accordo – di ‘segni senza significato’, ma di presenze che tornino ad essere ‘sale della terra e luce del mondo’.  Abbiamo oggi due letture che dovrebbero aiutarci a crescere nella fede.  L’evangelista Luca ci pone innanzi GESÙ che, a 30 anni, dopo una lunga preparazione nel silenzio di Nazarerh, si presenta ufficialmente nella sua città, nella sinagoga, iniziando a farsi ‘PAROLA NUOVA E VERA’, come solo Dio può e sa essere. 

Possiamo facilmente immaginare lo stupore di quell’assemblea nel sentire che la profezia di Isaia si ‘incarnava’ in quel giovane, Gesù, che loro da sempre conoscevano come ‘il figlio del falegname’.  E ancor più stupefacente – in quell’epoca, simile alla nostra, dove i deboli erano emarginati, privi di ogni diritto, come non avessero posto nel cuore dei fratelli, – era l’affermazione, senza mezzi termini, che un’epoca nuova era iniziata, in cui era iniziata la liberazione dei più emarginati.  È lo stesso problema e necessità che si pone anche oggi.  Basta avere uno sguardo illuminato dallo Spirito, per vedere come il mondo sia diviso in chi si realizza e conta e in chi è messo al bando senza pietà.  Una divisione che non è solo bestemmia alla giustizia umana e divina, ma è sempre sorgente di guerre aperte e sotterranee. 

La Chiesa – noi, che ci diciamo Chiesa – dobbiamo sentire rivolto a noi, quell’OGGI si è adempiuta la salvezza.  Per grazia di Dio, tanti, in tanti modi, questo ‘oggi’ lo stanno già attuando nelle innumerevoli forme della carità, animata dallo Spirito Santo.  Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci viene incontro, dando una risposta alla nostra domanda: Come possiamo noi cristiani realizzare quell’OGGI di Gesù?  Ad Efeso, si dibatteva sul ruolo o su quello che era ‘il posto’ nella Chiesa e la parte da svolgere, Paolo descrive i carismi di ciascuno.  E ce ne sono tanti, che si adattano alle varie necessità di una Chiesa che vuole essere tutta missionaria, non lasciando alcuno con le mani in mano!  Si parte dai carismi ‘semplici’, legati alle realtà dove siamo e per ciò che facciamo.  Sarà l’obbedienza poi a discernere e dire quale carità ciascuno debba in modo più specifico esercitare…  ognuna con il suo carisma…  come a rendere presente ed efficiente la figura del ‘corpo’, attraverso le ‘membra.  Ma quello che è davvero stupendo, è come tutti convergono, seppur in modo diverso, al bene dell’intera umanità e della Chiesa.  Nel piano di carità e di salvezza, che Dio ha disposto per tutti, ha fatto in modo che ciascuno, senza eccezioni, sia costruttore. 

Dai genitori agli educatori, ad ogni fedele.  C’è davvero posto e necessità che tutti, ma proprio tutti, ciascuno con il suo carisma, mettiamo mano all’edificazione del Regno di Dio e, quindi, ad un mondo più giusto, più bello.  Non è ammesso il disimpegno, perché sarebbe come fare mancare il nostro necessario apporto, creando un ‘vuoto’ nell’edificazione del Regno e nella comunità.  L’importante è non nascondere i nostri carismi ‘sotto terrà, per pigrizia o per paura, come dice Gesù nella parabola dei talenti da far fruttare.  Scriveva Paolo VI: “A tanti cristiani, forse a noi stessi, è rivolto l’interrogativo che sa di rimprovero, rivolto dall’apostolo Paolo agli Efesini, perché la nostra vita spirituale non è un soliloquio, una chiusura dell’anima in se stessa, ma un dialogo, un’ineffabile conversione, una presenza di Dio, da non ricercare più nel cielo, né fuori, né solo nelle nostre chiese, ma in se stesso: quanta gioia e quanta speranza saremo capaci così di donare a tutti, ognuno a suo modo e dove è”.

(commento di Mons.  Antonio Riboldi) 

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