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Quando nell’antica Liturgia Funebre si usava “il catafalco”

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di , 27 Novembre 2013

Catafalco1  “Catafalco “, sembra un nome uscito dalle “oscure nebbie” della storia della Liturgia, e se lo chiedi ad un sacerdote di “nuova generazione “forse non sa cosa significhi o che uso abbia avuto. D’Altro canto, ormai da quasi cinquant’anni, cioè dalla Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II° questo “apparato funebre “è scomparso dalle nostre chiese e indubbiamente anche dagli archivi dove si custodiscono gli arredi sacri. Probabilmente, in qualche Museo di Arte Sacra alcuni “reperti storici” saranno conservati a dimostrazione di come venivano solennizzate le Liturgie dei Defunti anche dal punto di vista dell’esteriorità preconciliare. L’Etimologia cioè “il significato” del nome Catafalco è alquanto incerta, gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). In sostanza il Catafalco era una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide ” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamati a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate ” che dovevano ricordare all’assemblea cristiana “l’inesorabile trascorrere del tempo ” e la “dissoluzione del corpo dopo la morte “. Questa base poi, di solito era sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svettava una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto poteva misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri, quello che doveva colpire il fedele era la “verticalità “che doveva dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola venivano posti vari candelabri d’argento o d’ottone a seconda della solennità potevano variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi.

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A conclusione dell’Anno della Fede, un piccolo bilancio

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di , 23 Novembre 2013

Annus FideiPiù di un anno è ormai passato da quando Papa Benedetto XVI°(ora Pontefice Emerito) annunziò alla Chiesa Universale l’indizione Dell’ANNO della FEDE, era l’11 ottobre 2012 e le motivazioni che indussero il Pontefice a proclamare questo”Momento di Grazia” erano fondamentalmente due: celebrare il 50° Anniversario dell’Apertura del Concilio Vaticano II° e fare memoria del 20° Anniversario della Promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, donato dal Beato Papa Giovanni Paolo II°. E di fatto quest’anno, “veramente straordinario” per la vita della Chiesa, ci ha regalato sorprese e momenti veramente intensi di vita cristiana. La prima cosa che lasciò sorpreso il mondo e tutta la Cristianità, furono le “inaspettate dimissioni di Papa Benedetto”. Fu come “un fulmine a ciel sereno”, come lo definì il Card. Sodano che per primo prese la parola a nome dei Porporati durante il Sinodo che si stava compiendo.

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La Parola della Domenica

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di , 12 Novembre 2011

33ª del Tempo Ordinario
(Pr 31,10-13.19-20.30-31) La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani.
(Sal 127) Beato chi teme il Signore.
(1Ts 5,1-6) Non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.
(Mt 25, 14-30) Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Lavorare per dare frutto nel Regno di Dio: in questa frase si condensa la liturgia di questa domenica. Far fruttificare i talenti ricevuti, qualunque ne sia la quantità, per realizzare l’incarico del quale ci si chiederà conto poi (vangelo). Lavorare per fare il bene nel timore di Dio, come la donna buona e attiva del libro dei Proverbi (prima lettura). Lavorare, non dormire, poiché siamo figli del giorno e della luce, (tempo in cui si può lavorare), e non della notte ne delle tenebre (seconda lettura). Il lavoro non è un castigo divino, né un’attività imperiosa di sopravvivenza, ma un dono di Dio perche l’uomo si realizzi nella sua piena umanità. Il lavoro non è nemmeno opzionale, ma un dovere e un diritto, una legge inscritta da Dio nel nostro certificato di uomini e di battezzati. Il cristiano lavora, a immagine di Dio e a immagine di Gesù Cristo, che sempre lavorano (Gv 5,17). Di Gesù ci dirà il Concilio Vaticano II: “Lavorò con mani d’uomo”.

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Nel segno del beato Daniele

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di , 12 Novembre 2011

Dall’inizio dell’estate  sino a domenica 16 ottobre si sono svolte tra Cormons, Murano e  Pordenone alcune particolari celebrazioni eucaristiche per ricordare  la nobile figura del beato Daniele d’Ungrispach nel sesto centenario  della sua morte avvenuta per cause violente nel convento camaldolese  di San Mattia di Murano nel mese di settembre del 1411.  Le  varie esperienze di vita vissute da Daniele in questi luoghi ricchi di  storia e di tradizioni spirituali, sono state il filo conduttore che hanno ispirato il Comitato  Organizzatore a riscoprire questo “modello di santità” alla luce dei nostri giorni, quale  esempio di fede , carità e amore verso i poveri e i bisognosi.  Guardando alla sua attività di  facoltoso mercante, di uomo impegnato nella vita politica del suo tempo e di autentico apostolo  della preghiera e della Parola di Verità, sono emerse a poco a poco le sue molteplici  doti umane e le sue autentiche virtù cristiane , che l’hanno forgiato a vivere l’avventura  della sua esistenza sotto il “segno della volontà di Dio”.  A conclusione di queste iniziative  del centenario, che presumibilmente si svolgeranno a fine maggio qui a Murano con una  solenne celebrazione presieduta dal nuovo Patriarca in basilica di San Donato alla presenza  dei vescovi di Gorizia e Pordenone saranno avviati al Vaticano presso le autorità competenti  ulteriori studi e ricerche sulle virtù, sulle opere e in particolare sulle testimonianze di  culto attribuite a Daniele.  Il materiale accuratamente raccolto e studiato, servirà per ufficializzare  definitivamente la causa di beatificazione già allora riconosciuta dal vescovo di Torcello  e riconfermata dalla Chiesa anche dopo la conclusione del Concilio di Trento.  Un mio  particolare ringraziamento lo devo al nostro parroco don Carlo per avermi voluto quale  rappresentate dell’Unità Pastorale di Murano alle varie celebrazioni dandomi così il modo  di approfondire le mie conoscenze su questo “uomo di Dio” che nella nostra isola ha trovato  nell’ascesi , nella contemplazione e nel dono della vita il compimento della sua vocazione.  (Gianluigi Bertola)

Una domenica per i sacerdoti

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di , 12 Novembre 2011

Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.  (S.Paolo, 2 Corinzi 9,7)

Domenica prossima la solennità di Cristo Re è dedicata al dono dei sacerdoti in mezzo a noi. Sono ministri dei sacramenti e amici della nostra vita, sollievo per i poveri e i soli, missionari nel nostro territorio, nelle carceri e negli ospedali, nelle grandi città come nei paesi di montagna e nelle isole, oltre che nel Terzo mondo. Ma tanti cristiani non sanno che possono sostenere la loro missione di ogni giorno. Basta un’Offerta piccola, a nome proprio o della famiglia. L’importante è partecipare al loro sostentamento. Come nella Chiesa delle origini, i preti diocesani sono affidati ai fedeli. È un modo di ricambiare il dono della loro missione. Un’Offerta per i nostri sacerdoti permette ad ogni cristiano di accompagnare veramente i preti nella missione. È il nostro grazie alla loro vita, spesa interamente per il Vangelo e per il prossimo. E rende visibile la “Chiesa-comunione” indicata dal Concilio Vaticano II. Da qualche tempo in fondo alle nostre chiese ci sono dei contenitori dove è possibile offrire 1 € al mese per sostenere i nostri sacerdoti.

Più importante ciò che facciamo o ciò che siamo?

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di , 19 Marzo 2011

Papa Benedetto XVI,  Angelus di domenica 6 marzo 2011

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica presenta la conclusione  del “Discorso della montagna”, dove il Signore  Gesù, attraverso la parabola delle due case costruite  una sulla roccia e l’altra sulla sabbia, invita i discepoli ad ascoltare le sue parole e a metterle in pratica  (cfr Mt 7,24).  In questo modo Egli colloca il discepolo e il suo cammino di fede nell’orizzonte dell’Alleanza,  costituita dalla relazione che Dio intesse con l’uomo, attraverso il dono della sua Parola, entrando in comunicazione  con noi.  Il Concilio Vaticano II afferma: “Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come  ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé”.  (Cost.  dogm.  sulla  divina Rivelazione Dei Verbum, 2).  “In questa visione ogni uomo appare come il destinatario della Parola,  interpellato e chiamato ad entrare in tale dialogo d’amore con una risposta libera” (Esort.  Ap.  postsin.  Verbum  Domini, 22).  Gesù è la Parola vivente di Dio.  Quando insegnava, la gente riconosceva nelle sue parole  la stessa autorità divina, sentiva la vicinanza del Signore, il suo amore misericordioso, e rendeva lode a  Dio. 

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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2011

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di , 26 Febbraio 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)
Presentiamo da questa settimana il testo del messaggio del Papa Benedetto per la prossima quaresima, perché meditando le parole del Santo Padre iniziamo a preparare questo tempo importante del nostro cammino.

Cari fratelli e sorelle, 

la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso  e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno.  Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua  nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con  maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).  1.  Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della  morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella  Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010).  San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare  comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro.  Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo  si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie  forze.  La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti  di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.  L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione  alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua  risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla  risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11).  Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che  informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e  sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.  Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che  salva.  I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente  gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost.  Sacrosanctum Concilium, 109).  Da sempre,  infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel  grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo  stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11).  Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato  in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa  antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi  vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.  (Continua)

Presentazione della “Verbum Domini”

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di , 19 Febbraio 2011

Martedì 1 Marzo ore 18.00  nella basilica di San Marco  il Patriarca Angelo Scola  presenta:  “la Verbum Domini”  di Papa Benedetto XVI,  l’esortazione apostolica postsinodale elaborata da  Benedetto XVI per raccogliere le riflessioni e le proposte emerse  dal Sinodo dei Vescovi svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2008 sul  tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. 

Siamo tutti invitati

La Parola della Domenica

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di , 6 Novembre 2010

Ez 47, 1-2.8-9.12   Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.
Sal 45   Un fiume rallegra la città di Dio.
ICor 3, 9c-11.16-17  Voi siete il tempio di Dio.
Gv 2, 13-22   Parlava del tempio del suo corpo.

 Frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore 
Quest’anno, al posto della XXXII Domenica del Tempo ordinario, celebriamo la festa della dedicazione  delle nostre chiese parrocchiali nella prossimità delle festa della chiesa-madre di Roma, la  basilica Lateranense, dedicata inizialmente al Salvatore e in seguito a san Giovanni Battista.  Che  cosa rappresenta per la liturgia e per la spiritualità cristiana la dedicazione di una chiesa e l’esistenza stessa della chiesa, intesa  come luogo di culto?  Dobbiamo partire da queste parole del Vangelo: “È venuto il momento, in cui i veri adoratori adoreranno  il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”.  Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell’uomo che ha accolto la sua parola.  Parlando di sé e del Padre  dice: “Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: “Non sapete che voi siete il  tempio di Dio?  ” (1 Cor 3, 16).  Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente.  Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là,  “dove due o più sono riuniti nel suo nome” (Mt 18, 20).  Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una “chiesa  domestica” (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza,  il luogo in cui “due o più” sono riuniti nel suo nome.  A che titolo, allora, noi cristiani diamo tanta importanza alla chiesa, se  ognuno di noi può adorare il Padre in spirito e verità nel proprio cuore, o nella sua casa?  Perché questo obbligo di recarci in  chiesa ogni domenica?  La risposta è che Gesù Cristo non ci salva separatamente gli uni dagli altri; egli è venuto a formarsi un  popolo, una comunità di persone, in comunione con lui e tra di loro. 

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Dalle Parole del Papa ai nostri Vescovi

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di , 30 Maggio 2010

Dalle Parole del Papa ai nostri Vescovi  … 

…  E mi sembra necessario andare fino alle radici profonde di questa emergenza per  trovare anche le risposte adeguate a questa sfida.  Io ne vedo soprattutto due.  Una  radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo:  l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i  quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo.  In  realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro,  l’«io» diventa se stesso solo dal «tu» e dal «voi», è creato per il dialogo, per la comunione  sincronica e diacronica.  E solo l’incontro con il «tu» e con il «noi» apre l’«io»  a se stesso.  Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione:  così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo «tu» e  «noi» nel quale si apre l’«io» a se stesso.  Quindi un primo punto mi sembra questo: superare  questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un «io» completo in se stesso, mentre diventa  «io» anche nell’incontro collettivo con il «tu» e con il «noi».  L’altra radice dell’emergenza educativa  io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione  delle due fonti che orientano il cammino umano.  La prima fonte dovrebbe essere la natura secondo  la Rivelazione.  Ma la natura viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica,  quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa  puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso.  La Rivelazione  viene considerata o come un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo  storico e culturale, o – si dice – forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni.  E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia,  non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali,  arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro.

Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della natura come creazione di Dio che parla a noi; il  Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri.  E poi così anche ritrovare la  Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è  decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma  in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare.  Così, in questo  «concerto» – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che  sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni  per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’«io» al «tu», al «noi» e al «Tu» di  Dio.  Quindi le difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti, ma, pur consapevoli del peso  di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione.  Educare non è mai stato facile,  ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci  a pascere con amore il suo gregge.  Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa,  che è una passione dell’«io» per il «tu», per il «noi», per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un  insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi.  Educare è formare le nuove generazioni,  perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale,  ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio  interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta  il pensiero, gli affetti e il giudizio.  I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda  di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita.  È desiderio  di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con  delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili.  La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno.  La trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù  Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II, «chiunque segue Cristo,  l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41).  L’incontro personale con Gesù è  la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna,  la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione.

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