11° Domenica del Tempo Ordinario (anno )

di , 16 giugno 2015

imagesLetture: Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34 «

Io innalzo l’albero bBasso» 1 «Camminiamo nella fede e non nella visione». Il brano di San Paolo che oggi viene proposto alla nostra meditazione sembra mettere in tensione due poli: da una parte «l’abitare nel corpo», e dall’altra «l’abitare presso il Signore». S.parla di lontananza, di esilio, e tutto farebbe pensare ad una corsa veloce verso una fine imminente, dove ogni realtà terrestre verrà assorbita nella visione di Dio. Come se la storia, con i suoi drammi e le sue tragiche domande, non esistesse. Come se fosse del tutto irrilevante fermarsi per strada per prendersi cura dell’ennesima vittima dei mercanti di morte. Abitare nella compagnia degli uomini, curvarsi sulle loro ferite, sarebbe come rinunciare a porre la questione del fine ultimo e del possibile approdo verso un al di là, un oltre, che travalichi gli stretti orizzonti degli affanni quotidiani e delle urgenze interminabili? Io penso che bisogna rimanere in questa polarità: occorre «abitare presso il Signore», con una inesauribile speranza che tutto, un giorno, troverà un compimento, e occorre, con altrettanta consapevolezza, camminare nella fede. Tradotto significa che solo la fedeltà quotidiana, responsabile, creativa, al presente della nostra storia, a motivo di Gesù e del suo Vangelo, ci potrà aprire gli orizzonti dell’eternità. Chi sogna i cieli senza abitare la terra, non otterrà mai il premio finale e vivrà come disadattato anche in mezzo agli uomini. La prima Lettura consegna alla nostra riflessione l’opera di Dio e le modalità con le quali siamo chiamati a partecipare alla sua opera di salvezza. «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro». La profezia di Ezechiele viene pronunciata in tempi difficili e violenti. Il piccolo regno di Giuda è sempre tentato di cercare alleanze ora presso i potenti di Babilonia, ora alla corte del faraone d’Egitto. E sempre sperimenterà umiliazioni e sconfitte, fino alla bruciante esperienza dell’esilio. Il profeta grida a squarciagola che la salvezza viene unicamente dal Signore e dalla sua potenza. Come agisce la potenza di Dio? Lo dice il testo. «Io, il Signore, umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliarel’albero secco». Il Signore umilia ed innalza, sovvertendo i piani degli uomini. C’è da domandarsi, allora, come mai, oggi, molti cristiani si sono impadroniti, molto in fretta e senza troppi drammi di coscienza, di un vocabolario e di una mentalità che poco e nulla hanno a che fare con lo spirito dei discepoli del Signore. Sovrabbondano le parole che insistono sul successo, sul dominio, sulla forza, o altre che indicano con violenza, almeno verbale, vie di separazione dal fratello, di rifiuto, di chiusura egoistica. E sento sovente anche altre parole, come illegalità, corruzione, malaffare, che non raramente diventano il repertorio linguistico e concettuale di numerose persone che pure si fregiano del nome cristiano. S.privilegiano le parole forti usate dal mondo e si scarta il linguaggio, apparentemente debole, del vangelo, che è tessuto di parole come misericordia, perdono, riconciliazione, dono di sé, rettitudine. «Io innalzo l’albero basso». La storia, quella che leggiamo nei libri e quella scritta con il sangue nei quotidiani racconti dell’orrore, sembra dare ragione a quanti usano le maniere forti per raggiungere i loro scopi. E’ una lettura fatta propria anche da Gesù quando dice ai suoi: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governantidelle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10,42). Ma aggiunge anche: «Tra voinon è così» (Mc 10,43). S.tratta di capire se vogliamo servire Dio o l’idolo; se scegliamo di esprimerci con il linguaggio rozzo della prepotenza e della violenza, o se ci affidiamo al delicato vocabolario che si impara alla scuola del vangelo; se ci lasciamo dominare dalle paure o se ci affidiamo alla guida meno appariscente, ma più sicura e pacificante, dello Spirito Santo. Dio non ha affidato la sua azione al possente cedro del Libano, alto e superbo. Ha piantato un piccolo ramoscello, che tuttavia, ne siamo sicuri, «metterà rami e farà frutti e alla cui ombra tutti gli uccelli dimoreranno». «Il regno di Dio è come un uomo che getta il suo seme sul terreno». Il centro della parabola evangelica, come si può vedere, non è il seme, ma l’uomo: «il Regno di Dio è come unuomo». Certo, l’uomo deve gettare, con inesauribile fiducia, il seme nella terra. Senza scoraggiarsi. Il seme da gettare non può essere il seme amaro della violenza, della prepotenza, della forza. Ma è anche vero che, qualche volta o anche spesso, ci sembra che il seme del Vangelo non cresca mai, che non trovi spazio per fruttificare in un mondo che appare essere sempre più ostile, o almeno indifferente, alla parola del Vangelo. Tu, uomo, continua a seminare: il seme gettato sul terreno del mondo ha in sé la sua forza, la sua potenzialità. Puoi anche dormire tranquillo. C’è piuttosto da chiederci se talvolta non abbiamo sostituito la semente buona della Parola di Dio, con dei surrogati, con una morale senza misericordia, con progetti culturali che rispondono più a disegni mondani che alla volontà di edificare il Regno di Dio; dobbiamo domandarci se abbiamo tenuto nel granaio il buon seme, senza farlo diventare pane per nutrire la fame dei poveri; se abbiamo cercato di fare alleanza con quelli che i granai li hanno sempre pieni, senza sottometterci all’umile fatica della semina. Narrare questa parabola è riprendere ad aver fiducia nella disarmata potenza della Parola di Dio consegnata alle nostre mani operose. «Il Regno di Dio è come un granello di senape». Io li ho visti questi semi: sono dei minuscoli puntini neri. E ho anche potuto ammirare l’albero cresciuto da quel seme. La mia Chiesa di Venezia ha avuto un vescovo che ha fatto del ‘granello di senape’ la cifra interpretativa di tutto il suo ministero di pastore. Ora che non c’è più, mi rendo conto che la sua umile figura è diventata davvero grande. Marco è il suo nome. Un albero, alla cui ombra molti hanno imparato a fare il loro nido. Un contadino, che non si è mai stancato di gettare il seme, con umile risolutezza. Con mite speranza. Il seme, gettato nel solco profondo della Chiesa e della storia, porterà frutto.

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