Tag articolo: Abramo

Battesimo di Gesù

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di , 8 gennaio 2015

battesimo di gesùGv 1,1-18 – In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

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Francesco chiede misericordia per le vittime dell’olocausto

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di , 26 maggio 2014

10304705_517103185062020_1674778428336417859_nPapa Francesco ha visitato il memoriale della shoah di Gerusalemme, lo Yad Vashem, nel terzo e ultimo giorno del suo viaggio in Terra Santa, dove ha incontrato sei sopravvissuti ai lager nazisti baciando loro le mani ed ha pronunciato un discorso incentrato sulla domanda “Dove sei, uomo?” che sembra riecheggiare il “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Nella fitta mattinata, Jorge Mario Bergoglio ha visitato il gran muftì nella “Spianata delle Moschee”, ha sostato in preghiera davanti al “muro del pianto”, dove ha abbracciato il rabbino Abraham Skorka e l’islamico Omar Abboud, suoi amici argentini, ha deposto dei fiori al monumento del fondatore del sionismo Theodor Herzl e – fuori programma – ha fatto tappa, in presenza del presidente israeliano Shimon Peres e del premier Benjamin Netanyahu, al memoriale delle vittime del terrorismo.

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19 Marzo- Memoria di S.Giuseppe e ” Festa del Papà “.

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di , 17 marzo 2014

San Giuseppe 1

Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. In questo giorno, alla protezione di S.Giuseppe affidiamo tutti i “Papà”del mondo intero,affinchè come lo “sposo di Maria”sappiano amare le loro famiglie e siano fedeli educatori dei loro figli con la loro “santità di vita”.

Il Papa: “Lo spirito di curiosità ci allontana dalla sapienza e dalla pace di Dio”.

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di , 14 novembre 2013

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La Madonna è madre e ama tutti, “ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”. Papa Francesco commenta  così lo “spirito di curiosità”, il volersi “impadronire dei progetti di Dio” invece di “camminare” nella sapienza dello Spirito Santo e che ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna”.

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La Parola della Domenica

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di , 22 aprile 2012

3ª di Pasqua
Prima Lettura (At 3,13-15.17-19) Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato
Salmo Responsoriale (Sal 4) Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Seconda Lettura (1Gv 2,1-5) Gesù Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo.
Vangelo (Lc 24,35-48) Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.

Il nucleo del messaggio di questa terza domenica pasquale lo troviamo nel vangelo. “Le profezie dovevano avverarsi”. Cioè, tutto quello che era stato scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, circa il Messia, le sue sofferenze e la sua morte, doveva trovare pieno compimento in Cristo (Vangelo). Nella prima lettura, Pietro mostra la continuità tra il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe e il Dio che ha glorificato Gesù. Nessuna interruzione tra le promesse fatte da Dio e la realtà attuale; al contrario: un compimento esatto e perfetto del piano di Dio, del suo patto d’amore con gli uomini portato fino all’amore estremo (prima lettura). Grazie alla morte di Gesù e alla sua resurrezione abbiamo il perdono dei peccati. Egli è “vittima di espiazione per i nostri peccati” ci dice san Giovanni (seconda lettura). Lì dove si annuncia il mistero di Cristo, il mistero della sua morte e della sua resurrezione, si deve annunciare il perdono dei peccati e la necessità della conversione. In questa domenica leggiamo il testo del secondo discorso di Pietro, nel quale l’apostolo annuncia la resurrezione del Signore. La resurrezione di Gesù ci dice che Dio è fedele alle sue promesse. La resurrezione è il culmen verso il quale tendeva dall’inizio la storia della salvezza, si tratta del compimento pieno della rivelazione divina di Dio e del suo amore, e la liberazione definitiva prefigurata nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Nel vangelo, san Luca dice che Cristo risorto “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. “Aprire la mente” significa comprendere che tutta la storia d’Israele trova il suo significato quando culmina nella passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Abramo e Mosè, David e i profeti, la speranza e l’esilio, a ogni cosa è assegnato il giusto posto e tutto si inquadra, alla luce del mistero pasquale di Cristo. Dio ha realizzato tutto il suo piano di salvezza e l’ha compiuto in un modo misterioso che va oltre tutti i nostri calcoli umani. Dio che aveva fatto l’uomo per amore, vuole restituire all’uomo la vita che questi aveva perso col peccato. Dio. Per realizzare quest’opera di redenzione, di restaurazione, sceglie una strada lunga e penosa: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua vita, la sua passione, morte e resurrezione. Perciò, che la fedeltà di Dio alle sue promesse e il suo amore per l’uomo sia ciò che ci dà sicurezza durante il tragitto. Il Signore non ci ha abbandonati.

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La Parola della Domenica

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di , 29 ottobre 2010

31ª del Tempo Ordinario
Sap 11,22 –12,2   Hai compassione di tutti, perché ami tutte le cose che esistono.
Sal 144   Benedirò il tuo nome per sempre, Signore
2Ts 1,11 – 2,2   Sia glorificato il nome diCristo in voi, e voi in lui.
Lc 19, 1-10   Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.

Dal libro della Sapienza si capisce quanto Dio ama tutto quello che ha creato.  Da qui capiamo la bontà universale di Dio.  Essendo il Creatore Egli potrebbe  annientare, colpire qualsiasi forma che produce il male.  Invece ha  compassione per tutti, non guarda ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.  Poiché il Signore ama tutte le cose esistenti, e niente disprezza di  tutto ciò che ha creato.  Da questo punto di vista si può considerare la punizione  del Signore come una correzione che conduce il peccatore alla conversione,  perché Dio tutto ciò che ha creato può solo amarlo.  Come un padre  può solo perdonare un errore del proprio figlio, nella speranza che il figlio  capisca il suo sbaglio, perché il padre non può distruggere ciò che ha creato, ma solo amarlo.  Lo  stesso fa Dio con gli uomini.  La seconda lettera ai Tessalocinesi di Paolo viene scritta per la preoccupazione  di quest’ultimi sul tempo della venuta di Cristo.  Paolo fa capire loro che questa non è imminente,  ma il cristiano deve attendere la venuta del Signore non nell’ozio o abbandonando il lavoro, come avevano  fatto credere alla comunità un gruppetto di persone.  Ma aspettare il Signore con l’impegno concreto,  nella fede, nella carità e nel lavoro.  Per questo Paolo prega il Signore, in maniera tale che ai Cristiani non  venga mai meno la fede in Dio.  Questo brano di Luca, parla del viaggio di Gesù nella Galilea per arrivare  a Gerusalemme.  Nel suo viaggio,Gesù il Re, il discendente di Davide, deve salvare il suo popolo.  Gesù è  venuto a cercare ed a salvare ciò che era perduto, non solo accoglie i peccatori che vanno da Lui ma addirittura  va a casa loro.  Emblematico il caso di Zaccheo, capo dei pubblicani e uomo ricco.  Gesù, giunto a  Gerico incontra Zaccheo, quest’ultimo si pente di aver defraudato il prossimo, si libera della ricchezza e  pensa ai poveri.  In questo modo egli si può considerare discepolo di Gesù, ottenere la salvezza e mediante  la sua fede far parte della famiglia di Abramo.  Quindi, se tutti ci comportiamo come Zaccheo, aprendo  il cuore e le mani e invocando il Signore, sicuramente la parola di salvezza del Padre sarà per tutti:  poveri, ricchi, colti, ignoranti, di qualunque razza e nazione.

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di , 26 settembre 2010

26ª del Tempo Ordinario
Am 6,1.4-7   Ora cesserà l’orgia dei dissoluti. 
Sal 145   Loda il Signore, anima mia 
1Tm 6,11-16   Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore 
Lc 16,19-31   Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi  mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
 

La perenne saggezza della Chiesa continua a farci meditare, con le letture  proposte in questa domenica, il tema tanto importante quanto disatteso da molti appartenenti alla comunità  cristiana, del rapporto con il denaro e la ricchezza.  Il tema viene affrontato direttamente dalla prima lettura,  un breve ma incisivo brano del profeta Amos, e dall’Evangelo di Luca, e indirettamente – ma con il solito  vigore – da Paolo nella prima lettera a Timoteo in cui anche a noi viene rivolto l’invito a tendere alla giustizia,  alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza.  Il linguaggio di Amos è tipicamente orientale e pastorale, ma – trasferito nel nostro tempo – rappresenta una  descrizione puntuale di situazioni che tutti conosciamo bene.  Dobbiamo però notare che il profeta Amos  non indulge in commenti moralistici, ma pone piuttosto l’accento sugli effetti del comportamento connesso  alla condizione di ricchi nei confronti della condizione politica in cui vive il popolo di Israele.  Circa vent’anni  dopo questo richiamo il Regno d’Israele sarà distrutto, e i ricchi, dediti ai loro vizi e alle loro ingordigie, non  si accorgono della rovina imminente.  La ricchezza ha sempre un effetto anestetico e addirittura ipnotico  (accumula, mangia, bevi, divertiti, e non curarti delle cose tristi… ).  È in pratica quanto succede al ricco  dell’Evangelo di Luca.  I bagordi in cui egli trascorre il suo tempo, gli abiti sontuosi che indossa, fanno da  tragico contrasto con la condizione indigente in cui versa Lazzaro, il povero che giace alla porta della casa  del ricco.  Ma il ricco non si accorge di lui, solo i cani leccano le sue piaghe…  Il ricco non si accorge di lui  proprio perché anestetizzato dalla ricchezza, in una condizione ipnotica che elimina da un lato la sofferenza  e la fatica del vivere, ma anche, dall’altro lato, la capacità di cogliere la realtà nei suoi aspetti più concreti.  Ma c’è un secondo passaggio al quale è importante accennare- Il povero muore e viene “portato dagli  angeli accanto ad Abramo”, viene cioè gratificato con il premio che noi definiamo con il termine di  “Paradiso”.  Chiediamoci: perché Luca ci fa rimarcare questo fatto?  Qual è l’insegnamento profondamente  teologico contenuto in esso?  I poveri e i peccatori, nell’Evangelo, fanno spesso parte del medesimo scenario  simbolico.  Gesù li ama perche entrambi si trovano nella condizione per ricevere l’essenzialità del suo  messaggio.  Li ama proprio perché dal cuore dell’uomo umiliato dalle colpe commesse, oppresso, fragile, è  in grado di uscire la preghiera spontanea che Dio apprezza, fatta talvolta con parole aspre come quelle di  Giobbe, ma che esce dal cuore e che della preghiera rispetta l’autentica natura di invocazione.  Ma c’è ancora  di più.  La condizione di povero merita un riconoscimento particolare da parte di Dio non perché il povero  è migliore del ricco, entreremmo qui in un contesto moralistico sempre estraneo all’Evangelo, quanto  piuttosto perché egli è il sacramento, un autentico sacramento, della condizione umana, sacramento di un  destino universale.  Il povero come segno, “sacramento” della condizione umana.  Georgers Bernanos, fa dire al suo “curato di campagna”, con un linguaggio diretto, spesso scostante: “Io  non amo i poveri come le vecchie inglesi amano i gatti sperduti o i tori delle corride.  Sono abitudini da ricchi,  codeste.  Io amo la povertà d’un amore profondo, riflessivo, lucido – da uguale a uguale – come una  sposa dal fianco fecondo e fedele” (Diario di un curato di campagna).  [adattamento da omelie Autori vari – www.lachiesa.it].

La Parola della Domenica

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di , 6 marzo 2010

3ª di Quaresima
Es 3,1-8.13-15   Io-Sono mi ha mandato a voi. 
Sal 102   Il Signore ha pietà del suo popolo. 
1Cor 10,1-6.10-12   La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta  per nostro ammonimento. 
Lc 13,1-9   Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo
 

Anche la parola di questa domenica richiama un forte appello alla conversione.  Ma non si tratta di  una “conversione” sulle piccole cose.  Nel vangelo di Luca “conversione” significa cambiamento di  rotta, modifica radicale dello stile di vita.  Significa, per riprendere la riflessione della prima domenica  di Quaresima, scegliere di entrare in quel luogo che è il deserto.  Una conversione che interessa  singolarmente ognuno di noi, ma che implica anche scelte (non sempre facili) decise.  La conversione  non è un atto, è un progetto che dura ogni giorno della vita: un cammino.  La Quaresima, tuttavia, è il tempo forte per fare una verifica,  accurata, per accertare il punto in cui siamo arrivati nel nostro itinerario. 

È in Quaresima, infatti, che la parola di Dio ci interpella con tutta  la sua forza rinnovatrice e che deve trovare più ampi spazi di ascolto nel nostro cuore: la verifica di questo cammino non è sull’adesione  più o meno convinta ad alcune norme morali, ma sulla progressiva scoperta del Dio biblico, che parla al nostro cuore come a Mosè, e che  dolcemente dice ad ognuno di noi «Sono sceso per liberarti… ».  Noi che ci abbeveriamo a Lui che è la fonte, bevanda spirituale:«bevevano  infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (I Cor 10,4).  È qui che si inserisce, la parabola del fico.  La  scure che già era alzata, pronta ad abbattersi sull’albero sterile, ricade impotente a terra. 

La furia distruttiva si placa, si stempera in un  momento di rasserenazione e di speranza, di amore e di attesa.  Il nostro non è il Dio della vendetta e dell’intolleranza, dell’odio e dell’impazienza.  Guai ad avere paura di Dio.  Nella nostra vita possiamo avere paura del giudizio umano…  Ma la misericordia del Signore supera  ogni giudizio umano, il “timor Dei”, timore di Dio, non è paura di Dio, è attenzione vigile alla sua voce che ascoltiamo nell’intimo della nostra  coscienza, e ci parla dolcemente, come sempre vorremmo sentirci parlare da tutti.  Il nostro non è il Dio che giudica dall’esterno la storia,  senza farsi mai lasciarsi coinvolgere in essa, ma è entrato nella storia, è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.  Della Maddalena e  della Samaritana.  Di Zaccheo e di Paolo è il Dio di Gesù.  Dobbiamo avere il coraggio di credere nel Dio di misericordia, lento all’ira e pronto  al perdono.  Sempre.  Rimane, certo, un Dio esigente. 

Quante volte vorremmo fare a meno della nostra coscienza, il luogo (il deserto… ) in  cui ci parla!  E tuttavia resta un Dio umile (“misericordioso” significa appunto “dal cuore umile e povero”), un Dio che in qualche modo “si  ritira” di fronte alle nostre scelte.  Il cristiano deve avere la capacità di muoversi a proprio rischio, in un mondo che non è fatto a misura del  credente e neppure per la sua consolazione e per i suoi trionfalismi.  Bisogna puntare ad una fede che “prende il passo di chi non crede”ma  salda in Dio, quello Gesù ha fatto con i suoi…  Ed oggi con noi…  Traccia per la revisione di vita – La conversione è solo una buona e pia intenzione per la nostra, oppure è un progetto che portiamo  avanti, inciampando e rialzandoci, ma con lo sguardo rivolto ad un orizzonte di senso?  Insomma, ci mettiamo “del nostro”?  – Qual è il Dio in  cui crediamo?  È il Dio dell’ira o della misericordia?  E quale immagine di Lui proiettiamo?

La Parola della Domenica

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di , 27 febbraio 2010

2ª di Quaresima
Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele. 
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza. 
Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso. 
Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.
 

C’è nella storia di Abramo (Genesi 15) un’espressione che mi pare costituisca la chiave interpretativa  di tutto l’insegnamento della Liturgia della Parola che proclamiamo in questa seconda domenica  di quaresima: «Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a  contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza.  Egli credette al Signore, che glielo accreditò  come giustizia.  E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».  Dio «fa  uscire, conduce fuori».  Ogni avventura di salvezza, cioè di liberazione, inizia con un esodo.  È «esodo» uscire dal tepore confortevole  della propria tenda (la propria casa) per alzare gli occhi al cielo e contare, nella fredda oscura notte del deserto, le stelle lontane…  È «esodo» abbandonare la propria terra, le proprie abitudini, i propri modelli culturali ai quali siamo così affezionati, ed  iniziare, tra le prove più difficili e sconcertanti di un Dio esigente eppure mai padrone, la ricerca itinerante di un Signore, di una  Trascendenza qualunque nome ad essa vogliamo dare, di un popolo…  È «esodo» per Paolo (cf Filippesi 3) accettare di essere in  catene per l’Evangelo, e continuare caparbiamente ad annunciare la Parola dal fondo umido e buio di una prigione… È «esodo»  per Pietro, Giacomo e Giovanni decidersi a scendere dal monte (cf Luca 9) dove il Cristo si era “trasfigurato” e riprendere in compagnia  del maestro e degli uomini una faticosa missione, tra mille dubbi e molte paure, quando sarebbe stato molto più bello e  gratificante fermarsi per sempre in una visione estatica ed anticipata del Paradiso…  È «esodo» per Gesù uscire da Nazareth, percorrere  in lungo e in largo la Giudea e la Galilea, ed annunciare ai piccoli e ai poveri la liberazione, annullando gli egoismi del tempo  (di ogni tempo), le commistioni tra religione e potere, l’abuso improprio del nome di Dio, Tutta la storia è una storia di «esodo»:  di una strada maestra che abbiamo perso o che non abbiamo mai conosciuto, di una liberazione che attendiamo senza aver ancora  intravisto.  In questa ricerca il credente non ha privilegi, non ha autostrade riservate, vie di fuga da lui solo percorribili.  No.  Egli ha,  è vero, il “filo d’Arianna” della Parola e della coscienza, ma esso non può essere oggetto di una custodia gelosa, deve dividerlo in  mille e mille fili, per parteciparlo a tutti i compagni di questo viaggio rischioso e talora angoscioso – come in una famiglia – alla  ricerca del volto glorioso del Padre di tutti, nessuno escluso.  Con la nostra vita, della quale non nascondiamo le fatiche e talora le  ambiguità ma questa è la storia che Dio ama, è la storia degli uomini e delle donne reali, che sono come sono e non come noi vorremmo  che fossero.  Questa storia ha un senso nascosto e misterioso, un senso che noi dobbiamo riconoscere, una direzione di  marcia che dobbiamo intuire, una traiettoria che dobbiamo seguire insieme con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle, anche e  soprattutto con coloro che vivono una vita di fatica.  Solo allora la nostra fede sarà profezia, collegamento continuo di evangelizzazione  e di storia, testimonianza di pace in un mondo incredibilmente e inesorabilmente violento..  Profezia, certo da non commemorare,  ma da vivere.  Mentre onoriamo i profeti del passato, dobbiamo riconoscere i profeti di oggi quelli che hanno il coraggio di  scendere dal Tabor per essere i testimoni del Cristo che soffre e che risorge!

La Parola della Domenica

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di , 24 gennaio 2010

Ne 8, 2-4. 5-6. 8-10   Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso
 Sal 18   Le tue parole, Signore spirito e vita
1 Cor 12, 12-30   Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte
 Lc 1,1-4: 4,14-21   Oggi si è compiuta questa Scrittura

Lo Spirito del Signore è su… tutti noi!

Questa domenica è la domenica della Parola “annunciata” e proclamata dai profeti, vivificata e resa palpabile con Cristo Signore.  Il Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù è un Dio che si rivela nella storia di ciascun uomo, di ciascun popolo, pertanto impariamo a leggere la nostra storia come parola di Dio, se vogliamo incontrarlo nel quotidiano e riconoscerci suo popolo, come ha fatto Israele al tempo di Neemia quando è tornato dall’esilio di Babilonia.  In quella circostanza, la lettura ininterrotta della Bibbia, letta in assemblea e spiegata, diventa il fatto essenziale e prioritario per la ricostruzione della comunità lacerata e la ricerca della nuova identità nazionale del popolo che, non possiede più né casa né tempio ma ciò che gli resta è la parola di Dio che diventa tutto per esso. 

Qui la Bibbia non è solo ed esclusivamente ” discorso di Dio”, ma prevalentemente ” discorso con Dio”, per mezzo dell’interprete, da parte dell’assemblea che, si alimenta e beve la Parola E questo dovrebbe avvenire anche tra di noi, in famiglia, nella società infatti Gesù, e quindi la sua Chiesa, in virtù del Battesimo e della Confermazione, hanno, non solo la missione, ma soprattutto la grazia dell’ispirazione, data dalla presenza dello Spirito Santo, che rende ‘viva ed efficace’ la parola, accompagnata dalla testimonianza, tanto da poter affermare: ‘Ciò che dico è vero, perché è frutto dello Spirito che è in me’. 

Essere cristiani non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere la fede, che si esprime nel come pensiamo, come parliamo, come ci comportiamo, insomma nel come ‘viviamo Cristo’ non possiamo più essere cristiani di ‘facciata, ma dobbiamo diventare cristiani ‘vivi’, che, dove sono, operano ‘ispirati’, ossia mossi dallo Spirito Santo, difficile?  Si, ma necessario se vogliamo ‘realizzare’ noi stessi ed aiutare gli altri, crescendo insieme nella fede e nella santità.  Non è più tempo – e sono certo che voi, che siete ‘di buona volontà’, siate d’accordo – di ‘segni senza significato’, ma di presenze che tornino ad essere ‘sale della terra e luce del mondo’.  Abbiamo oggi due letture che dovrebbero aiutarci a crescere nella fede.  L’evangelista Luca ci pone innanzi GESÙ che, a 30 anni, dopo una lunga preparazione nel silenzio di Nazarerh, si presenta ufficialmente nella sua città, nella sinagoga, iniziando a farsi ‘PAROLA NUOVA E VERA’, come solo Dio può e sa essere. 

Possiamo facilmente immaginare lo stupore di quell’assemblea nel sentire che la profezia di Isaia si ‘incarnava’ in quel giovane, Gesù, che loro da sempre conoscevano come ‘il figlio del falegname’.  E ancor più stupefacente – in quell’epoca, simile alla nostra, dove i deboli erano emarginati, privi di ogni diritto, come non avessero posto nel cuore dei fratelli, – era l’affermazione, senza mezzi termini, che un’epoca nuova era iniziata, in cui era iniziata la liberazione dei più emarginati.  È lo stesso problema e necessità che si pone anche oggi.  Basta avere uno sguardo illuminato dallo Spirito, per vedere come il mondo sia diviso in chi si realizza e conta e in chi è messo al bando senza pietà.  Una divisione che non è solo bestemmia alla giustizia umana e divina, ma è sempre sorgente di guerre aperte e sotterranee. 

La Chiesa – noi, che ci diciamo Chiesa – dobbiamo sentire rivolto a noi, quell’OGGI si è adempiuta la salvezza.  Per grazia di Dio, tanti, in tanti modi, questo ‘oggi’ lo stanno già attuando nelle innumerevoli forme della carità, animata dallo Spirito Santo.  Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci viene incontro, dando una risposta alla nostra domanda: Come possiamo noi cristiani realizzare quell’OGGI di Gesù?  Ad Efeso, si dibatteva sul ruolo o su quello che era ‘il posto’ nella Chiesa e la parte da svolgere, Paolo descrive i carismi di ciascuno.  E ce ne sono tanti, che si adattano alle varie necessità di una Chiesa che vuole essere tutta missionaria, non lasciando alcuno con le mani in mano!  Si parte dai carismi ‘semplici’, legati alle realtà dove siamo e per ciò che facciamo.  Sarà l’obbedienza poi a discernere e dire quale carità ciascuno debba in modo più specifico esercitare…  ognuna con il suo carisma…  come a rendere presente ed efficiente la figura del ‘corpo’, attraverso le ‘membra.  Ma quello che è davvero stupendo, è come tutti convergono, seppur in modo diverso, al bene dell’intera umanità e della Chiesa.  Nel piano di carità e di salvezza, che Dio ha disposto per tutti, ha fatto in modo che ciascuno, senza eccezioni, sia costruttore. 

Dai genitori agli educatori, ad ogni fedele.  C’è davvero posto e necessità che tutti, ma proprio tutti, ciascuno con il suo carisma, mettiamo mano all’edificazione del Regno di Dio e, quindi, ad un mondo più giusto, più bello.  Non è ammesso il disimpegno, perché sarebbe come fare mancare il nostro necessario apporto, creando un ‘vuoto’ nell’edificazione del Regno e nella comunità.  L’importante è non nascondere i nostri carismi ‘sotto terrà, per pigrizia o per paura, come dice Gesù nella parabola dei talenti da far fruttare.  Scriveva Paolo VI: “A tanti cristiani, forse a noi stessi, è rivolto l’interrogativo che sa di rimprovero, rivolto dall’apostolo Paolo agli Efesini, perché la nostra vita spirituale non è un soliloquio, una chiusura dell’anima in se stessa, ma un dialogo, un’ineffabile conversione, una presenza di Dio, da non ricercare più nel cielo, né fuori, né solo nelle nostre chiese, ma in se stesso: quanta gioia e quanta speranza saremo capaci così di donare a tutti, ognuno a suo modo e dove è”.

(commento di Mons.  Antonio Riboldi) 

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